Strip
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12 . 11 . 2016

L'inizio della vita

Siamo ancora riluttanti a lasciarci alle spalle le tematiche dell'Orrore, in questo grigio novembre... e dunque anche oggi la strip assume i toni cupi delle profondità infernali, dove malvagi Ingegneri e i loro Capi cospirano ridacchiando per produrre software scadente, mal testato e pieno di bug in produzione!

Questa settimana ho fatto una cosa che non faccio quasi mai, e che non facevo da tantissimo tempo.
Ho guardato una serie TV. Di più: ho guardato una serie TV attuale, una di quelle di cui la gente comune sta parlando anche adesso.
Per difendere il mio amor proprio devo precisare che non l'ho vista davvero in TV, HA HA HA! Ovviamente si tratta di un modo di dire ormai privo di significato, tanto è vero che in lingue più moderne l'espressione “TV” è decaduta da un pezzo. A dire il vero non so neppure se esiste, in Italia nel novembre 2016, una qualsiasi maniera legale e non disperata di vedere questi episodi.
Non sono molto aggiornato, ma poco importa.
La serie è Westworld. Mi sono deciso a guardarla perché è piaciuta a Hideo Kojima.
Anzi no: se dovessi guardare tutto quello che guarda Hideo Kojima e gli piace, dovrei smettere di fare qualsiasi altra cosa nella vita. Il suo corpo non per nulla è composto al 70% di cinema. E allora diciamo che Westworld è piaciuto a tantissima altra gente, gente la cui opinione tengo in considerazione.

Apprezzo tantissimo il fatto che non si possa ridurre Westworld a una sinossi di due frasette, e infatti non provo nemmeno a scriverla. È una roba fatta di tematiche complicate, con un'atmosfera complicata anche da definire, costruita su tanti piani sovrapposti: non è un'orgia di sangue medievale, non è la biografia di un narcotrafficante colombiano.
Ci sono i replicanti e i cacciatori di replicanti, le intelligenze artificiali, il ponte ologrammi, i pistoleri e gli indiani, la gente di spettacolo, i videogiocatori, la cospirazione segreta ai danni della gente, i programmatori con le giacche di tweed che fanno debug passo-passo conversando con ragazze nude.
Ma quel che interessa a noialtri in questa sede sono soprattutto i videogiocatori.

Hideo Kojima cita il discorso del creatore del parco divertimenti come esempio di un manifesto del Game Design: affascinare la gente con i piccoli dettagli, dargli un mondo in cui sperimentare identità alternative.
In effetti mi sembra che Westworld parli esplicitamente al pubblico dei videogiocatori, come mai è stato fatto dai tempi di Matrix. Invita a riflettere su quello che facciamo quando andiamo a zonzo per la città in GTA V, prendendo a pugni i passanti e sparando alle macchine sull'autostrada.
L'Uomo in Nero poi è l'eroe di tutti noi videogiocatori hardcore: veterano del mondo di gioco, non si accontenta più dell'esperienza superficiale come i giocatori casual, ma va in cerca degli Easter Egg, vuole sviscerare completamente le meccaniche di gioco, anche se questo comporta sviscerare degli androidi. È più cattivo degli altri per questo? O è solo più bravo a giocare? Se lo condanniamo, cadiamo nella trappola e finiamo in una spirale di rimorso che ci farà pentire di aver mai toccato un videogioco.

Lo-Rez: arte, storia, web design
12 . 11 . 2016

The quoti war

Oggi l'universo di Star Wars è un brand che viene sfruttato secondo tutte le sue potenzialità direttamente dalla sua (attuale) casa madre, che ha deciso di sviscerarne la storia sfruttando quel concetto di continuity che il mondo dei comic ha esportato nel mondo del cinema e di tutti i media trendy.

Nell'epoca precedente a Ep.VII non era esattamente così, anzi, nonostante il fiorire di infinite iniziative, con la letteratura in pole position, la posizione ufficiale era abbastanza tiepida, quasi sorniona, come a dire che la gente poteva anche raccontare quello che voleva, ma solo pochi (Giorgino solo, forse) sapevano la verità.

Quando uscì la seconda trilogia, però, il progetto aveva preso una rincorsa talmente lunga che fare solo dei film non era abbastanza. Ecco perché, assieme alla sciagurata vicenda raccontata negli episodi da 1 a 3 sono nati due progetti (principalmente) benedetti dalla qualifica di Canon: il Clone Wars di Genndy Tartakovsky e il successivo cartone 3D omonimo prodotto da Cartoon Network. Il primo progetto era incastrato ufficialmente nella saga cinematografica come prequel di Ep.III, il secondo invece ha vissuto di vita propria per numerosi fortunati anni, colmando le vicende avvenute tra la fine di Ep.II e Ep.III. Questa è la serie TV di cui parliamo oggi, nonostante gli anni passati, per il suo impatto e per il modo in cui bilancia tanti altri discorsi che sono stati sempre fatti sull'argomento Star Wars e che sicuramente si torneranno a fare con l'uscita di Rogue One.

E' abbastanza evidente che la Grande Guerra pensata da Lucas, l'epica cavalcata verso l'autodistruzione della Repubblica, non è ben rappresentata dalle tre pellicole arrivate nei cinema che, purtroppo, hanno dovuto rinunciare a spiegare la complessità della galassia presente, hanno indugiato in alcune scelte poco felici di setting e situazioni e poi hanno dovuto portarsi sulle spalle l'ingombrante storia d'amore dei protagonisti. Clone Wars, invece, si prende carico di tutto il materiale inespresso e, avendo anche spazio, ci dimostra come nelle idee di Star Wars ci fosse ancora, ai tempi, un mucchio di materiale genuinamente interessante, anche solo dal punto di vista fantascientifico, ideato e realizzato con una maturità che oggi un po' sembra essere andata perduta.

Il tema più affascinante della serie è senza dubbio quello relativo ai cloni. Ammetto che, quando i film mi hanno proposto gli schieramenti in lotta nella guerra, sono rimasto un po' perplesso. Da una parte sembrava che ci si era voluti basare sui droidi per alleggerire il tono delle vicende, dall'altra invece sembrava che l'armata dei cloni fosse una facile soluzione per far apparire dal nulla un esercito e non aver bisogno di entrare dentro la sua psicologia. In realtà, invece, l'idea dei cloni è approcciata in modo estremamente affascinante, perché è vero che i cloni vengono coltivati su Camino e sono consapevoli della loro natura, ma allo stesso modo sviluppato una fratellanza, un bisogno di identità e un'attittudine nei confronti dell'esistenza che è sicuramente originale, rispetto a come questo viene usualmente rappresentato.
Di solito siamo abituati a vedere i cloni ossessionati dall'idea dell'originale, persi nella loro incapacità di autonomia, concentrati unicamente su loro stessi e sull'assenza di un sé stesso effettivo. In Clone Wars i cloni hanno accettato serenamente sia la loro origine il loro destino e questo gli permette di non essere vuoti, anzi, è evidente come il bisogno ossessivo di tatuaggi, pettinature e insegne dipende proprio dalla necessità di differenziarsi. Tutti i cloni hanno un numero di serie, ma rapidamente si scelgono un nome, tutti i cloni hanno pienamente compreso che non importa da dove vieni, ma cosa scegli e quello ti disegna ancor più della tua provenienza.

Poi muoiono.

E se credete che Clone Wars sia un cartone per bambini avete sbagliato proprio approccio. I cloni muoiono a mucchi e male, squartati, esplosi, fucilati, triturati da droidi che non hanno sentimenti e ridono mentre li uccidono. Lanciati al massacro come carne da cannone senza identità quando loro stessi hanno dimostrato di avere un'identità, fedeli principalmente a loro stessi e a chi è come loro, perché consapevoli che il resto dell'universo (Jedi compresi, spesso) non li tiene in considerazione. Quello che si è evitato di fare nei film, ovvero una riflessione sulla guerra fratricida e su come questa sia la vera corruzione della società prima dei Sith e dei cacciatori di taglie, diventa centrale nella serie TV, dimostra che il processo autodistruttivo della Repubblica "sporca" progressivamente la coscienza di tutti, anche quando si tratta di far schiantare robot contro esperimenti di laboratorio. Arriva anche a suggerire, molto alla lontana, molto sottilmente, che i Jedi alla fine un po' se la sono meritata la fine che hanno fatto, se hanno tradito i loro ideali e si sono messi in prima linea a comandare alla gente di andare a morire.

Voi capite che un discorso così epico e corposo non può che essere nascosto dallo scempio che è stato realizzato ai cinema ai tempi della seconda trilogia. Eppure, in qualche modo, la visione di Clone Wars aiuta a rispettare maggiormente anche quelle pellicole. Perché anche quelle storie, per quanto patetiche, erano inserite in un universo grandioso e potente, pieno di idee che non continuavano semplicemente ad alimentarsi con l'autoreferenzialità, ma si spingevano in direzioni coraggiose.

Oggi abbiamo Rebels. Ho già scritto che mi piace Rebels, ma attenzione, è una serie molto diversa. A parte una realizzazione tecnica generalmente inferiore dal punto di vista dei grandi temi ha poco da proporre di genuino e se anche quello che ha espresso su Darth Vader è comunque clamoroso continua a essere un prodotto derivato dalla saga, senza capacità di muoversi realmente sulle sue gambe. Questa terza serie, poi, troppo lunga, è per ora scritta piuttosto male, speriamo che però migliori col tempo.

“Eh! mio caro, non sono le guerre civili che ci disuniscono; è che non abbiamo più vent'anni e i leali slanci della giovinezza sono scomparsi per far posto al mormorio degli interessi, al soffio delle ambizioni, ai consigli dell'egoismo.” - A. Dumas, Vent'anni dopo

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