Strip
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13 . 01 . 2018

Storia della tua vita

Anche oggi una strip epistolare: FTR vuole forse significare l'incomunicabilità dell'epoca moderna? La difficoltà ad intrecciare relazioni interpersonali non mediate da uno schermo? La vaga speranza, per questo nuovo 2018, di trovare ancora qualcuno vivo dal lato giusto dello schermo, o perlomeno dal lato della realtà?

Ma sto delirando: restiamo saldamente seduti e con gli occhi fissi sullo schermo, che c'è da parlare di videogiochi.
La volta scorsa ho abbozzato una rassegna dei titoli che mi sono piaciuti di più nel 2017, o perlomeno di quelli che hanno lasciato un segno. Oggi, sempre in ossequio alla nostra tradizione quindicinale, dovrei completare con le mie segnalazioni sui giochi con la migliore direzione artistica... e come sempre sarà superfluo, perché le due liste coincidono.
Magari aggiungerei Wolfenstein II: The New Colossus, che dimostra un'ottima padronanza del linguaggio artistico sia degli anni '60 che della seconda guerra mondiale, e li fa conflagrare con risultati sorprendenti.
E poi il famosissimo Cuphead, che ha riscosso un successo insperato. Cuphead realizza infine il sogno e l'ideale massimo di tutti i platform dell'epoca a 16 bit: somigliare a un cartone animato, per dettagli ed animazioni. Da Mickey Mouse Castle Of Illusion a Earthworm Jim, un'intera generazione ha sognato un futuro fantascientifico in cui il progresso videoludico avrebbe permesso una grafica ad alta definizione come fosse disegnata a mano, un tripudio di colori ad acquerello, e soprattutto una fluidità nelle animazioni da lasciare incantati.
Quel futuro si è realizzato in questo disgraziato 2017.

Ma io sono stato colpito soprattutto da Golf Story, e con la forza di una pallina da golf tirata contro la testa. Questo RPG giapponese fatto dagli australiani (come Hollow Knight, e come tante altre cose belle, ora che ci penso) racconta una storia adulta ma buffissima: gli antagonisti sono ex-mogli e i loro nuovi compagni, la Vita Reale™ che soffoca i sogni, il ricordo malinconico dei pomeriggi con il padre.
Tutto questo, tutta la vita, viene espresso in Golf Story attraverso il linguaggio del gioco di ruolo giapponese a 16 bit, fatto di villaggi in prospettiva isometrica e personaggi col testone, di nuvolette di dialogo e boss segreti. È come se l'autore non sapesse esprimersi se non secondo le modalità dell'RPG giapponese e dei simulatori di golf arcade degli anni '90. Come in un film di Bruce Lee, ma con il golf al posto dei calci in faccia. Sono commosso.

Lo-Rez: arte, storia, web design
13 . 01 . 2018

Pizza Party

Parlare di The Orville ha senso perché la serie chiude una specie di triangolo magico che agli altri vertici vede Star Wars e Star Trek: Discovery, non stanto per come queste serie abbiano tutte a che fare con uno specifico fandom, ma per come hanno influenza sui nerd (sempre intendendo ovviamente quelli veri).

L'antefatto: The Orville è un opera a firma Seth MacFarlane prodotta con l'intento di essere una serie comedy basata su Star Trek. Il fatto di presentarsi come una parodia gli da, sicuramente, diversi vantaggi, tra cui la possibilità di essere spudoratamente derivativa e di poter fare cherry picking di tutto quello che gli interessi del mondo Trek senza aver bisogno di dargli troppo background nè senza che sembri uno spudorato copiare. Dall'altra parte il fatto che MacFarlane ne abbia la parternità gli getta addosso l'odio di tutta quella frangia di critica e pubblico che... beh... odia MacFarlane per diverse ragioni creative, alcune condivisibili, alcune no.
A partire da questa situazione cosa potremmo aspettarci da The Orville? Difficile dirlo senza aggiungere un bit che probabilmente è quello cruciale: Seth MacFarlane è un fottuto trekker della prima ora. Questo, più di tutto il resto, vi darà agio di computare cosa è successo con questa serie TV.

The Orville si apre cercando sul serio di onorare la sua idea di essere una comedy, mostrando una scena che ha veramente poco di trekker, ovvero il nostro futuro capitano Ed che, tornando a casa, trova la sua supersexy moglie Kelly a letto con un tizio blu. E' la premessa che dà il kick off a tutto e l'elemento su cui sarebbe facile costruire lungamente una comedy. Ed, infatti, dopo un fast forward di un anno, ottiene finalmente il comando di una nave, l'Orville, appunto, e per la solita catena di eventi fortuiti trova la sua ex-moglie come primo ufficiale. In questa chimica c'è ovviamente abbastanza materiale per situazioni, scambi di battute e equivoci utili a tirare una stagione, ma subito dopo averla impostata ecco che l'autore tira giù la maschera, ci presenta l'eterogeneo equipaggio e comincia a costruire delle trame da esplorazione spaziale scritte by-the-book, come se avesse per le mani (e probabile che Brannon Braga gliel'abbia prestato) il "manuale della perfetta puntata di Star Trek in dieci passi".
The Orville, insomma, è una serie di fantascienza anni 90 in cui, accidentalmente, il capitano e il primo ufficiale hanno divorziato.
E non c'è assolutamente nulla di male in tutto questo, checché vi raccontino.

Mi piace l'espressione "Buona Falegnameria" che usa Licia Troisi in questa recensione (che in generale è tutta condivisibile) perché centra perfettamente il punto. The Orville non è un ruffiano pastiche interessato a diventare un meme su internet o un contorto quadro glitter ripiegato su sé stesso, The Orville è racconto puro, ingenuo, imperfetto (quanto era imperfetta la prima stagione di TNG!), costruzione paziente di personaggi e interazioni, un lineare pezzo di scrittura che va dall'inizio alla fine senza strizzare l'occhio al pubblico, ma semplicemente sperando che il pubblico si interessi alle sue idee. E interessarsi alle sue idee è abbastanza facile, proprio grazie a questa qualità di fondo. I personaggi, pur nati con intenti ovviamente ridicoli, sono tutti interessanti e affascinanti. A parte la chimica Ed/Kelly, Isaac è un buon Data al cianuro, Alara oltre a essere sconvolgentemente carina si gioca bene il conflitto tra gioventù e responsabilità, mentre il dottor Claire, pur col suo flirt con Yaphit, la creatura gelatinosa, ben svolge il ruolo di ancora esperta e matura. Bortus, Gordon e Lamarr possono anche aderire un po' di più alla "linea comica" della serie, ma hanno ognuno la capacità di ritagliarsi una propria identità.
Paradosso vuole che, andando avanti, il fatto che MacFarlane cerchi, comunque, ogni tanto di vendere come comedy diventa progressivamente fastidioso. Le battute sono a volte fuori luogo o scontate, le gag spezzano la tensione e i riferimenti alla cultura popolare attuale hanno bisogno di una certa accondiscendenza per essere digeriti.
The Orville, in fondo, pur essendo derivativa, dimostra di avere qualcosa da dire che Star Trek non ha detto. La sua umanità infatti non è l'apice dell'evoluzione della galassia che ci è stata sempre venduta dai pigiamini ufficiali, anzi, gli esseri umani, pur avendo una flotta stellare di pregio, sono mediamente disprezzati da diverse razze, alcune delle quali tecnologicamente molto più avanzate di loro. Insomma, la nostra posizione della catena alimentare è diversa e questo permette riflessioni di diverso ordine. Poi, volendo, con i Krill, molto simili ai Klingon di Discovery, ma più credibili, si potrebbe anche imbastire un corposo plot politico, avendo a disposizione abbastanza spazio.

The Orville, all'interno del fandom, è considerata un'anomalia, la critica l'ha fatto a pezzi a più riprese, ma il pubblico continua a esserne intrigato. Perché? Intanto, facciamo la tara di tutti quelli che non vedevano l'ora di avere MacFarlane in una posizione vulnerabile come questa e che probabilmente gli stanno sparando contro a prescindere. Poi, estendiamo maggiormente il discorso a quello che The Orville effettivamente rappresenta e accettiamo il fatto che amare The Orville significa ammettere che ci troviamo nell'Età Oscura, amare The Orville significa accettare che lo Zeitgeist è sbagliato.

The Orville è un prodotto per veri nerd creato da un vero nerd e scritto col linguaggio dei veri nerd. I falsi nerd, quelli che dominano la scena adesso, quelli che vanno in isteria quando escono le serie TV e quelli che si strappano le vesti per dimostrare di essere big-fan di questo e quell'altro non possono sopportare una cosa del genere. Perché tutti questi falsi nerd, negli anni 90, erano tutti lì a prendere per il culo e bullizzare quelli che stavano in piedi fino alle 3 di notte per vedere un episodio di Deep Space Nine, erano quelli che quando cercavi di parlare di serie TV ti rispondevano con gettalife, erano quelli che trovavano assurdo il fatto di avere una passione.
Credete che oggi, mentre si rotolano a terra studiando gli screenshot di Game of Thrones, costoro ammettano di aver sbagliato, ai tempi? Ma va, i falsi nerd verranno qua a dirti che c'è una qualità, oggi, che mica c'era nel passato, che quello che si fa adesso ha un livello tale che anche un intelletto bisognoso di cultura può esserne stimolato, che adesso i Grandi Autori lavorano alle serie TV, mica quella gentaglia da discount di una volta. I falsi nerd odiano The Orville, perché vorrebbero essere nerd, ma non lo sono mai stati e non possono confrontarsi così, tutto di colpo, con la realtà.

Per concludere, per guardare The Orville valutate quanto è alto il vostro trekkerismo. Se è alto direi che dovreste dargli un occhio. E' una serie non imponente, non è una serie-evento, ma è terapeutico tornare dentro logiche che non siano esclusivamente ruffiane. Se è basso potreste guardarlo per interrogarvi sul perché é così basso e se magari in realtà non avrebbe senso alzarlo un po'. Se, dopo averlo guardato, decidete che non vi piace, andate lontano da lui senza problemi, evidentemente Non E' Stato Fatto Per Voi.

Bortus: There was an alligator in the cargo hold. I successfully crushed it with a chair.
Ed: What was it doing there?
Bortus: I do not know. But it is crushed.

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