Strip
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16 . 09 . 2017

La minaccia atomica

Uomini forti, destini forti: dopo sedici anni di questo benedetto fumetto, ci sentiamo abbastanza coraggiosi da affrontare a viso aperto una nuova miniserie (ma mini-mini, che finirà settimana prossima) sul... Supporto Tecnico.
Dovete sapere infatti che nel corso di questi 16 anni ogni volta che abbiamo evocato nella strip il diabolico omino del Supporto Tecnico, qualcosa si è rotto nel Mondo Reale. A me, in modo particolare. Sin dal 2002.

La settimana scorsa mi è caduto un telefono e si è crepato lo schermo. Sei contento adesso, dannato Supporto Tecnico?

Sembra di stare in una puntata di Twin Peaks, o almeno così mi pare di capire, dato che io non l'ho mai guardato e non mi interessa una cippa. Del resto è il Karma: quel che piace a uno di noialtri due autori, l'altro lo ignora o lo detesta. Anche questa è una tradizione di FTR.

Ma la settimana scorsa dicevo che avrei tanto voluto vedere Shin Godzilla: era il mio ultimo desiderio a questo mondo, prima che il fuoco atomico divorasse la civiltà umana. Ho avuto il giusto tempismo.
Il bello di Godzilla secondo me è che quasi tutti travisano la sua natura e lo considerano solo uno stupido mostro di gomma. Invece il caro vecchio Gojira giapponese, a differenza dei mostri europei come Dracula, è un vuoto di personalità: non è buono e non è cattivo, è una forza della natura come i terremoti o gli uragani. Già lo sapeva il nostro Giacomo Leopardi, quando personificava la Natura Matrigna come una gigantessa verde che emerge dal mare.
Ma Godzilla ha anche qualcosina in più che lo distingue da terremoti e uragani: c'è questo legame con l'energia atomica che rende possibile, almeno in parte, attribuire all'Uomo Cattivo la colpa dello sfacelo causato dal mostro.
L'ultimo film di Godzilla, il Nuovo, Vero e Divino Gojira appunto, è affascinante perché se invece del mostro di gomma ci fosse un terremoto o un uragano, la trama del film non cambierebbe di una virgola: l'unica cosa che interessa a questo film è la messa in scena della miseria umana, la burocrazia ottusa, la macchina politica lenta e inefficace, la risposta militare che può solo peggiorare le cose. I film che hanno colto l'essenza peculiare di Godzilla non sono mai stati su Godzilla, perché onestamente il pupazzone di gomma fa pena, ma mai come in questo film il messaggio è stato così chiaro.

Spero apprezzerete il fatto che sono arrivato in fondo senza citare il dettaglio che il regista del film è Hideaki Anno, cioé lo stesso di Neon Genesis Evangelion. Plot twist! Mi limito a dire che certe scene ricordano i momenti migliori di Evangelion, ovvero tutti quelli in cui non ci sono adolescenti emo che frignano, ma purtroppo non riescono a raggiungere le stesse vette di esaltazione del cartone.
Il design del mostro è di Mahiro Maeda, e se il maestro voleva farlo terrificante ci è riuscito: questo Godzilla è un orrore sgraziato, come se l'omino con addosso il costume di gommapiuma di Godzilla si fosse trasformato in uno zombie.
Solo l'ultimissima inquadratura è un gigantesco WTF? in cui si riconosce il gusto del regista per le assurdità metafisiche. Per il resto si è trattenuto: grazie tantissime, Anno san.

Lo-Rez: arte, storia, web design
16 . 09 . 2017

Talking about Judy

Il discorso di settimana scorsa permette di affermare che, ai tempi, Lynch si comportò in parte da troll, in un epoca il cui il termine non era ancora uscito dal fantasy. In pratica lui prese un certo tipo di utenza e la ingannò, trascinandola dove voleva, giocando con i suoi dubbi e mettendola in difficoltà, sicuramente anche mostrando una certa presunzione artistica. Attenzione però, non stiamo parlando dell'attività a suo modo ingenua di Carter, che pochi anni dopo avrebbe buttato alla rinfusa indizi complottisti nel suo X-Files, senza curarsi di raccordarli, interessato solo a mantenerli attuali. E nemmeno parliamo del subdolo marketing di Abrams (Lindorff) che invece di chiudere Lost lasciò che i suoi misteri montassero fino a non poterli più controllare. Lynch, semplicemente, non mise in piedi un progetto narrativo, si limitò a raccontare una visione così come era arrivata a lui, una visione che probabilmente aveva lui stesso incompleta, come sono incompleti i sogni, ma che possedeva una potenza che andava al di là della concatenazione causa-effetto, che andava al di là del concetto di Storia, così come al di là della Storia, si dice, dovrebbe andare il cinema tutto.
Quella visione alimenta anche la terza stagione, the return (SPOILER).

Non è una serie facile, soprattutto all'inizio, quando ti aspetti di trovarti davanti un oggetto normale. L'affanno di dover rincorrere tutte le diramazioni che da subito la trama prende è stressante, pensare che i vari elementi, sparsi a pioggia nello spazio e nel tempo, possano arrivare a una chiusa è pura fede. Una volta, almeno, la città di Twin Peaks era un'ancora e un limite, adesso anche quella viene a mancare, cosicché si spazia tra Las Vegas, ameni angoli dell'America rurale, misteriosi anfratti sacri tra le montagne. I personaggi, letteralmente, zampillano fuori a decine, con archi narrativi corposi, oppure con brevissime scene che li inquadrano, li disegnano e li esauriscono. Oppure non li esauriscono lasciandoli semplicemente a fluttuare, a narrarsi da soli fuori campo, indefiniti.

Curiosamente è forse la mitologia di Twin Peaks, quella avviata dalla serie e arricchita in Fuoco Cammina con Me, a strutturarsi maggiormente, definendo alcune delle sue creature con più precisione, dando un inquadramento ai vari elementi all'interno di un certo tipo di soprannaturale (qualcosa che ho trovato, in generale, quasi Lovecraftiano, piazzato esattamente sulla sutura tra horror e fantascienza). Il meccanismo dei Tulpa e dei Doppleganger, i rapporti tra le azioni, il progetto Blue Rose. Alcune di queste cose ricevono dei veri e propri spiegoni dettagliati, come a voler dimostrare che sotto c'è un meccanismo, come a voler attirare un'altra genia di utenti con false promesse: i plot-nazi, quelli che hanno bisogno di spiegazioni ovunque, quelli per cui tutto deve ridursi a una catena di prima e dopo.

Ma Twin Peaks non è il racconto di un sogno, Twin Peaks è un sogno, cinematograficamente parlando e per ogni momento definito e preciso ne esistono decine di altri che rimangono fuori fuoco e pongono più domande di quante risposte riescano a fornire. Questa cosa si può realizzare perché la serie trova sostegno fuori dalla sua storia, ovvero nelle sue immagini, nella sua disturbante fattura forzatamente cheap, nei suoi momenti di pur fan-service con strizzatine d'occhio ai vecchi fan. Per questo il personaggio di Dougie, che è il reiterarsi continuo e ossessivo della stessa gag, oltre a vivere di Vita Vera grazie al lavoro di MacLachlan, è a sua volta una creatura forte in linguaggi diversissimi tra cui, perché no, i meme che ispira all'incirca a ogni apparizione. Inserito in dinamiche che lo vedono assieme a personaggi densi di sfaccettature ogni volta riesce a essere motore di qualcosa. Il tutto mentre prepara, con la sua staticità, il ritorno del vero Cooper, nel trionfo della sedicesima puntata.

E' il modo in cui si decide a vivere Twin Peaks quello che determina ciò che potete trarre da Twin Peaks. Se volete seguire un racconto, smettetela subito e dedicatevi ad altro. Dovete pensarlo più come qualcosa in cui immergervi, qualcosa che finisce col circondarvi, qualcosa i cui frammenti riemergeranno nei giorni successivi alla visione e ogni tanto si ricomporranno, dandovi idea di aver capito qualcosa, che però vi sfuggirà un momento dopo. E, a suo modo, guardarlo è stato anche una liturgia. Con il suo presentare ogni giorno qualcosa di nuovo, col suo disattendere qualsiasi aspettativa, con i suoi momenti, completamente, squisitamente avulsi alla Roadhouse. Una terapia in cui lo spettatore interagisce direttamente, anche solo guardando, trascinando dentro di sé ciò che vede, cercando di lottare con i suoi stessi dubbi. Il ritmo è sempre molto blando, ci sono dei lunghi e profondi momenti di vuoto, vuoto totale, vuoto scientemente inserito. Vuoti che non sono la staticità del cinema pretenzioso o il riempitivo dello scrittore annoiato, ma che sono veramente stanze d'attesa, come la stanza dalle tende rosse, dove il tempo finisce per disgregarsi anche per chi guarda.
Ecco, dovete tutti considerarvi seduti nella stanza dalle tende rosse. Il tempo ha smesso di avere senso. Vi è stato detto qualcosa di importante. Non saprete mai se riuscirete a capire di cosa si tratta o se vi verrà mai dato modo di uscire a parlarne con qualcuno.

Il finale, naturalmente, merita un discorso a sé. E' il finale corretto, per Twin Peaks, perché uccide tutti i plot-nazi che ha così brillantemente attirato. E' un finale aperto (che è diverso dall'assenza di finale), oltretutto in armonia con tutto il cinema di Lynch, quindi meno clamoroso di quello che ci si sarebbe potuti aspettare. E' bella l'idea di spendere adesso ore e ore a riflettere sul finale e soprattutto a usarlo per rimontare tutti gli aspetti sconnessi delle diciotto puntate. E' bella la sensazione di dover tornare a rivedersi tutto, ripercorrerlo, immergersi ancora, per ottenere una soluzione. Ma non soffermatevi a chiedervi se una soluzione ci sia o non ci sia, perché è la sua semplice ricerca ciò che Twin Peaks ci ha donato. Lasciandoci sospesi nell'incertezza, perché i sogni non finiscono, ci si sveglia sempre un po' troppo presto per afferrarli del tutto.

“This is the water, and this is the well. Drink full, and descend. The horse is the white of the eyes, and dark within.”

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