Strip
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02 . 09 . 2006

Hellboy

Dopo il rientro in scena smargiasso la scorsa settimana, eccoci di nuovo immersi fino al collo nella nostra routine quotidiana di piloti di mech in calzamaglia adolescenti.
La strip da mille volt che vi spariamo addosso oggi è avvolta nell'ormai familiare (per i connoisseurs di FTR) penombra verdognola e malsana in cui sono confinati Neo e Gödel, Ingegneri delle Tenebre. Gödel è anche capace di aver trascorso tutta l'estate sigillato nel suo cubicolo, per quel che ne sappiamo. Del resto, possiamo forse biasimarlo?
Prima di passare alla consueta selezione di notiziole buffe dal mondo del divertimento elettronico, voglio approfittare della citazione che facevo la volta scorsa di Hellboy... certo, era nel contesto dell'immancabile Feroce Finta Polemica Tra Colleghi di Webcomic che qui a FTR è ormai una tradizione, ma ogni pretesto è buono per parlare di quello che di fatto è l'unico fumetto cartaceo che abbia catturato il mio interesse dai tempi di Topolino. Anzi no, c'è anche Sin City, che però è un poco violento per i miei gusti. (Per inciso, trovo oltremodo curioso che il nostro collega Oni_01 riesca al tempo stesso a disprezzare l'arte di Hellboy e ad amare Sin City... ma si sa, ciascuno è fatto a suo modo).
Ahem, ad ogni modo l'entusiasmo per Hellboy mi ha portato alla ricerca di altri lavori del suo autore, che non sono molti. C'è questo Jenny Finn, un fumetto in un paio di puntate che in teoria dovrebbe piacermi moltissimo, se avessi l'occasione di leggerlo in qualche forma: orrori sottomarini ispirati alla mitologia di Lovecraft per le strade della vecchia Londra, con un tratto in bianco e nero (che pure io sono in grado di apprezzare, Oni!) notevole, anche se non è opera di Mike Mignola, che ha scritto solo la storia.
E poi c'è The Amazing Screw-On Head, nato come fumetto ma meglio noto perchè potrebbe diventare una serie a cartoni animati, se lassù (allo Sci-Fi Channel) ascolteranno le nostre preghiere. Chissà che dopo aver rivitalizzato (per me) il genere dei fumetti, Mignola non faccia il miracolo di produrre un cartone animato occidentale che non mi provochi un forte senso di nausea. L'episodio pilota è molto promettente, anche se la fluidità dell'animazione lascia a desiderare, ma dopotutto per l'eccellenza tecnica esistono sempre gli anime, e di questi tempi ce ne sono più che in abbondanza per soddisfare la nostra fame artistica.
Da bravo scolaretto devo chiudere la rassegna dell'opera di Mignola con il film di Hellboy che –sorpresa!– non fa schifo, ma è un filmetto con una sua dignità, anche se come al solito avrebbe dovuto osare di più, e invece è un po' troppo simile a tutti gli altri.

Quando si comincia con l'arte, ben difficilmente riesco a fermarmi, soprattutto oggi che non ci sono notizie fenomenali: allora tanto vale citare la versione occidentale di Granado Espada. Granado Espada è quel MMORPG coreano di cui ho parlato più volte su queste colonne (cercate pure), un gioco senza particolari qualità, ma con una direzione artistica raffinatissima. Il sito occidentale ha perfino una sezione sull'ambientazione Barocca originalissima del gioco. Mi sembra solo un po' triste che noialtri europei si debba aspettare i coreani, per avere un gioco con uno stile così europeo.
E a proposito di editori europei, la sette volte maledetta Ubisoft, che purtroppo negli ultimi anni ha sfornato un capolavoro dietro l'altro, e lo dico con amarezza, ha confermato l'uscita di Assassin's Creed per Xbox 360 e PC. Assassin's Creed è stata la novità più impressionante dell'E3, e sarebbe stato un vero peccato se fosse rimasta un'esclusiva per PS3. Probabile che Ubisoft sia stata pagata profumatamente da Sony per mentire fino ad oggi, ma tutto è bene quel che finisce bene.
Riguardo all'Xbox 360, proprio l'altro giorno ho sentito cantare lodi svergognate proprio dall'ultima fonte che mi sarei aspettato. I tizi di 4 Color Rebellion sono di quelli che hanno nella propria cameretta un altare consacrato a Shigeru Miyamoto, ma in questo articolo hanno solo belle parole da spendere per la console Microsoft. D'altra parte ormai solo chi è accecato dal fanatismo può odiare una console che dedica tante attenzioni ai giocatori hardcore. Personalmente non mi entusiasmano i suoi giochi, io voglio gli RPG giapponesi, ma le recenti uscite su Live Arcade hanno fatto contenti gli ossessionati che si dilettano (per esempio) con i giochi di strategia da tavolo, o con i picchiaduro 1 vs 1 in 2D. C'è anche la conversione di Castlevania: SotN, una scelta che nessun Vero Videogiocatore può contestare...
Non resta che sperare che SquareEnix e Konami abbandonino al più presto la PS3 al suo naufragio, perchè finchè ci sono le loro esclusive è impensabile ignorare la console Sony, anche se le nostre finanze ce lo chiedono disperatamente.

Lo-Rez: arte, storia, web design
02 . 09 . 2006

Quando Superman si sveglia...

...è Superman. E quando si alza indossa la maschera di Clark Kent, ma voi siete gente a cui queste robe non devo mica venirle a dire. Come non devo avvertirvi degli SPOILER
Quando Superman uscì nel 1978 Bryan Singer aveva tredici anni ed era sulla poltroncina di un cinema, accanto a sua madre, a vederlo. Naturalmente nell'edizione special tre DVD di Superman Returns (ah si, è di questo che parleremo oggi) il caro regista dirà che quell'esperienza sarà stata una delle più importanti della sua vita e i più scafati cinefili che lo ascolteranno penseranno che si tratti delle consuete sparate promozionali. Forse, però, almeno in questo frangente, non è proprio così.
Singer, con Superman Returns poteva portarci in tanti posti. Poteva portarci sulla scia del successo suo e di Raimi, signori indiscussi dell'odierna invasione comic cinematografica. Poteva portarci dove vivono gli autori impegnati dell'era moderna, gli uomini che hanno affidato al ragazzotto d'acciaio il compito di tenere in piedi opere come Kingdom come. Poteva anche portarci semplicemente nel regno del cinema tamarro, dove non importa cosa fai e perchè lo fai, importa solo che lo fai con molto rumore.
Invece no, Brian ci ha portato su quella poltroncina di 28 anni fa, accanto a sua madre, e ci ha dato i suoi occhi di bambino di 13 anni. Ha semplicemente cercato di spiegarci cosa aveva provato lui, quel giorno lontano, in quell'epoca antica, in cui i fumetti erano roba buona per pellicolacce di serie B e dove Superman era quello che era, ovvero un imbecille con un mantello al vento e le mutande sopra i pantaloni della calzamaglia.
Superman Returns, insomma, nel bene e nel male, è un'opera di modernariato. Si parte con dei goduriosissimi titoli di testa che non possono che mandare in sollucchero gli esteti del cinema, così maledettamente anni '80, così perfettamente ricalcati sull'antica tradizione del cinema che fu quello di Donner. Si va avanti con una serie (a volte si, pedante) di remake di scene clou del film originale, riproposte in altri contesti e con altre motivazioni: la signora Martha Kent che assiste alla caduta di un meteorite, Superman che rimorchia Lois sul tetto del Planet, Superman che arriva alla fortezza della solitudine e così via. Si vede, riproposta, la psicologia del Luthor di Hackman, inasprita dalla sete di vendetta, certo, trasfigurata da uno Spacey assolutamente schizzato, ma ancora in bilico tra il compiacimento e la freddezza del magnate senza cuore. Senza parlare, naturalmente, del nuovo piano di conquista planetaria di Lex, nuovamente basato su speculazioni edilizie tettoniche. Ai tempi si cercò di sacrificare la California, qui si minaccia l'America intera.
Insomma, era destino che il Superman di Singer vivesse all'ombra del Superman di Donner e che il misconosciuto Routh vivesse della luce riflessa dello scomparso Reeve, ma qui non è solo questo. Il film è omaggio, celebrazione e consacrazione della pellicola di trent'anni prima, ne è una riproposizione in chiave moderna. Il Superman del 1978 fu una potente icona del cinema dell'epoca. Andando ben oltre i giornaletti impose un supereroe ricreato nel celluloide con un'epica assolutamente autosufficiente, tridimensionale, carica di carisma ben oltre le aspettative dell'epoca, arrivata al successo senza poter contare sull'attuale presa di coscienza che la nostra società ha avuto del media fumetto. Il Superman Returns è l'analisi e la spiegazione di come ciò sia potuto succedere, è l'appasionata descrizione del fenomeno dell'epoca e in questo ha il suo più gran pregio e il suo più grande difetto.
Il pregio di questo lavoro si può ben vedere QUA ed è un pregio di tutto rispetto. Superman Returns rovista nelle braci della passione sopita dei tredicenni di trent'anni fa, dei tredicenni di vent'anni fa e dei tredicenni di quindici anni fa, tutte schiere di ragazzi che sono passati da Superman e, spesso, ne hanno apprezzato la potenza. Il film di Singer la rinverdisce, la ravviva, per certi versi la ringiovanisce persino e la riconsegna a questi bambini invecchiati a stento che subito tornano indietro a quei tempi e a quelle immagini e vi si abbandonano, senza stare a farsi troppe seghe mentali sul costume in plasticone o l'idea di sollevare un'isola di kriptonite perché è gente che ha visto l'uomo d'acciaio far tornare indietro il tempo volando intorno alla Terra in senso inverso eppure non lo ha rinnegato. E se non lo ha rinnegato allora non c'è verso che possa rinnegarlo adesso. Il difetto è grave, gravissimo e porterebbe alla bocciatura della pellicola se io non appartenessi alla schiera dei tredicenni di cui sopra e quindi non abbia capacità di parlar male di questo film. Superman Returns riporta sullo schermo le emozioni del 1978, ma in questi trent'anni il vocabolario cinematografico è profondamente cambiato e perciò rischia di risultare a tratti incompresibile, a tratti semplicemente stupido a un pubblico nuovo, che è cresciuto con l'uomo ragno di Raimi e, paradosso, con l'X-Men dello stesso Singer. Superman Returns si muove con una scala di valori tutta sballata che riporta in auge molte cose, ma allo stesso tempo uccide o minimizza altre che oggi sarebbero state più interessanti, che oggi si sarebbero potute scavare visti i molti strumenti a disposizione. Per questo accantoniamo il quesito con cui Lois Lane ha vinto il Pulitzer (perchè il mondo non ha più bisogno di Superman), liquidiamo la grandiosa potenza messianica del personaggio, ci dimentichiamo degli aspetti più tragici della sua vicenda e anche quelli che sono gli spunti di trama più "moderni" come ad esempio l'idea del figlio di Superman o anche la possibilità della sua stessa morte. Perdiamo, insomma, la possibilità di fare un film che vada oltre il film di Donner, proprio perché al film di Donner abbiamo coscientemente deciso di fermarci.
In sintesi, Superman Returns è un'opera fortemente dipendete dai suoi predecessori che va vista con un occhio cauto, senza abbandonarsi alle immagini senza ragionarsele un pochino. Per tutto ciò è un film meritevole della mia stima. E' però anche un film imperfetto, che non riesce a camminare con le sue gambe e, purtroppo, razionalmente parlando, piuttosto inutile, incapace di aggiungere qualcosa alla saga del ragazzotto in rosso e blu. Singer, di per sé, fa un ottimo lavoro con una regia sempre presente e ragigungendo tutti gli obiettivi che si è posto, ma, semplicemente, si è posto degli obiettivi che non tutti potrebbero capire.

Bene, questa recensione di Superman chiude la possibilità che possa sviscerare tutti gli altri argomenti che sono sorti in questa settimana. Di solito lo faccio, ammassare roba tutta in un solo editoriale, ma stavolta il traffico sarebbe stato veramente insostenibile e non c'è niente di particolarmente urgente quindi possiamo anche conservare qualcosina. Settimana scorsa avevo detto che saremmo tornati su M.it subito, ma si sa, le vacanze stanno ancora finendo e c'è un po' di rebelotto, quindi siamo slittati a questa domenica, da cui riprenderemo con la consueta regolarità samurai. Per il resto, se il mondo non decide di finire, così, per capriccio, ci ritroverete qui settimana prossima.

“Gods... are selfish beings who fly around in little red capes and don't share their power with mankind. No, I don't want to be a *god*. I just want to bring fire to the people... and I want my cut.”

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