Strip
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31 . 07 . 2010

The Beast

Noialtri autori non ci siamo ancora, out of office, e anche la prossima settimana potrete risollevare le vostre misere esistenze con la contemplazione di una nuova strip.
Per quando riguarda Neo e i messaggi di risposta automatica che si permette di lasciare al lavoro, bisogna constatare ancora una volta la volgarità che da un po' di tempo lo contraddistingue... ma stavolta lo perdoniamo, perché si tratta di una Citazione d'Autore. Anche se a dire il vero a me l'autore in questione sta molto antipatico, nonostante i due film tratti da suoi fumetti siano carini.
Ma torniamo a noi. E a Neo. Si è scelto proprio un ottimo momento per andare in vacanza, il nostro Ingegnere delle Tenebre, perché ora potrà dedicarsi completamente a Starcraft II. I giochi di Blizzard hanno scandito la mia vita videoludica, e ricordo bene le estati allietate dall'uscita di Diablo II e Warcraft III, le scatole di cartone tra le mani, l'emozione di partecipare al gioco fin dal primo giorno, insieme a infinite moltitudini di altri giocatori come me... la ben nota emozione del Day One, anche se allora non lo chiamavamo così. Non ho ancora deciso se Starcraft II conquisterà il mio cuore in maniera così irresistibile, se vincerà la mia riluttanza a dargli 60 euro subito, e soprattutto a dedicargli un tempo sempre più prezioso.
Starcraft II, oggi, vorrebbe dire pomeriggi ardenti tappato in casa (quei pomeriggi che ricordava anche Cymon con tanta nostalgia); vorrebbe dire ancora mouse + tastiera, una combinazione che le articolazioni delle mie mani affaticate certo non gradiscono. Forse non ho più la tempra del vero videogiocatore, perché un tempo non avrei avuto queste esitazioni, questa insopportabile mancanza di fede.
Ma non è colpa tua, Starcraft II, sta pur tranquillo. Forse sarà per un'altra volta. Senza offesa.

E mentre il mondo gioisce della campagna per giocatore singolo, e si riversa in massa su Battle.net, e si arrabbia e si finge ferito da quei 60 euro di prezzo che paiono così arroganti, io sto ancora pensando all'EVO 2010. La settimana scorsa ho segnalato un video stupendo girato a questo torneo mondiale di giochi di combattimento uno contro uno: se non capite come ci si possa appassionare a questi giocacci da bar, alle combinazioni di tasti astruse e alle ore passate a esercitarsi, guardate questo video. E poi riguardatelo.
Ho parlato anche di Daigo Umehara, che ha vinto anche questa edizione del torneo. Daigo Umehara è semplicemente il miglior giocatore di Street Fighter che sia mai vissuto: intorno alla sua giovane figura sono sorte leggende di ogni genere. La gente lo ha soprannominato The Beast per la furia implacabile che dimostra in combattimento, ma finalmente è uscita un'intervista che racconta cosa fa il nostro Daigo quando non ha un joystick in mano, quando non sta eseguendo una sequenza di 15 parate sincronizzate al sessantesimo di secondo alla finale dei campionati del mondo.
Lavora in un ospizio.
Daigo “The Beast” Umehara accudisce i vecchietti giapponesi malati e soli.
È assolutamente necessario che qualcuno dedichi un'opera a questo personaggio: un film, magari, o un fumetto. Se la merita, perché la sua vita è di quelle degne di essere raccontate, almeno agli altri giocatori ossessionati.
Al fumetto, chissà, potremmo pensarci noi.

Lo-Rez: arte, storia, web design
31 . 07 . 2010

Wakizashi

(Se ve lo state chiedendo si, concentrandomi dovrei riuscire a scrivere wakizashi in hiragana. Ma vi assicuro che quello è niente rispetto a imparare veramente il giapponese)
Che cos'è il computer di un geek se non la sua katana? L'arma principale del suo corredo, il primo strumento d'offesa a sua disposizione, ma anche l'oggetto più prezioso che possiede, quello in cui ha riposto un frammento della sua anima, la propaggine del suo essere che cura come fosse parte del suo stesso corpo. La katana, però, è un'arma pesante, devastante se è possibile utilizzarla, micidiale, ma a volte ci si trova in condizioni in cui risulta troppo complicata, goffa, momenti in cui l'addestramento non è d'aiuto e diventa solo un pezzo di metallo, un'ancora per trascinare il guerriero verso la morte. Che ci crediate o no, anche il computer, per un geek, può essere ciò.
I giapponesi però sono gente saggia (bhe...) è hanno afferrato presto questo concetto. Per questo motivo l'equipaggiamento di un samurai prevede la katana, ma anche la wakizashi. Importante quanto la prima, questa è una lama più corta, più agile, utile nei combattimenti ravvicinati o in situazioni accidentate. La wakizashi è la dimostrazione che un samurai non è mai morto, è la prova che non si tratta solo di un'ingombrante macchina da guerra pronta a impantanarsi alla prima difficoltà. La wakizashi è simbolo di tenacia e, naturalmente, anche lungo il suo filo è adagiata una scheggia dello spirito del guerriero.
I geek sono a lungo mancati di uno strumento del genere. I geek sono quelli che stanno sempre con sulle spalle i tre chili del loro portatile o che cercano di aprire negli scompartimenti dei treni i loro articolati netbook, nelle situazioni più favorevoli. Fino a dieci anni fa si caricavano i case (i tower, quelli grossi) in macchina per partecipare ai lan party. In realtà lo fanno ancor oggi, se necessario. Eppure l'era moderna forse è riuscita a produrre gli oggetti che possono rappresentare le wakizashi dei geek, i loro strumenti agili di combattimento. Questi strumenti vengono chiamati smartphone.
(Tanto per chiarirci, in questo editoriale non si parlerà di mele mangiate, né in senso positivo né in senso negativo. Non vorrei distrarvi dal tema principale che ho deciso di affrontare)
Acer Liquid non è il top a disposizione sul mercato oggi, ma ho la presunzione di credere che sia uno di quelli col miglior rapporto qualità prezzo. I motivi per cui non costa un bottissimo (ma comunque i suoi 300 euro li totalizza facile) sono facilmente rintracciabili nel marchio Acer, che non è sicuramente il top dei top nei telefonini, oltre ad avere una reputazione così così nei notebook, e in una scelta dei materiali non esattamente ineccepibile. E' un sarcofago in plastichina su cui è appoggiata una sottile lastra di cristallo scarsamente protetta. Questo vi metta in chiaro che sono sceso a compromessi, non sono mai stato un avvelenato di tecnologia capace di fare scelte troppo spinte. Ho creduto fosse il caso di scartare gli entry level HTC e il Sony Ericsson X10 Mini che, per quanto delizioso come idea, è ovviamente votato ad altri scopi. Nella scala evolutiva dei cellulari intelligenti l'Acer Liquid era il gradino subito successivo, soprattutto posto il filtro imprescindibile che la mia wakizashi doveva essere un androide.
Il discorso SO nel campo degli smartphone è piuttosto recente, nel senso che gli smartphone di pochi anni fa vantavano la presenza di un sistema operativo, ma questo (Windows Mobile, Symbian o quello che pensate) veniva visto quasi con sospetto e soprattutto era subordinato al fatto di trovarsi dentro un telefono. Android prima di tanti altri ha deciso di porsi invece al centro dell'architettura dello smartphone, continuando a lasciargli la sua dignità telefonica, ma cercando di renderlo prima di tutto un terminale, un oggetto con del hardware che ha montato sopra del software duttile e malleabile, con cui l'utente può fare un po' quello che vuole. Per quello che mi riguarda oggi come oggi l'Androide è l'unica possibilità plausibile quando parliamo di wakizashi, forse l'unico altro software che ha le stesse ambizioni è effettivamente quello Apple, ma nella nostra metafora... non so... la roba apple non mi dà nemmeno l'impressione di avere la forma di una spada (o ha la forma di una spada troppo stylish per tagliare).
Ho ormai accumulato una decina di giorni di uso assiduo, vincolato dal fatto di non avere un piano dati ragionevole e di essermi sempre appoggiato, per connettività, al wifi casalingo e credo di essere piuttosto soddisfatto della mia scelta. Acer Liquid dà effettivamente la sensazione di un alternativo strumento di connettività e computazione, un'alternativa agile all'uso del computer. L'Android Market mette a disposizione una gamma vastissima di applicazioni, un po' come i repository nutrono le distribuzioni linux e mettono a loro disposizioni le più varie possibilità. Al solito, per ora, è venuto a mancare un effettivo uso, ma le capacità sono evidenti. Loggarsi sul proprio computer-madre in SSH mentre si è spaparanzati sul letto ha... bhe... ha quel fascino che se lo capite bene, se no fuori di qui.
Android è anche estremamente gentile con gli sviluppatori, non è un caso che il link soprastante vi abbia portato direttamente al portale per gli sviluppatori. L'SDK comprende un package manager, i tool necessari per predisporre un progetto, documentazione e anche un buon emulatore. Oltretutto non stiamo parlando di niente di esotico, ma di caro, vecchio java. Il java ha i suoi difetti e le sue rigidità, non è facile usarlo da perlista, ma è pur sempre un vecchio, efficiente amico e rimane il più razionale e ben documentato linguaggio a disposizione della razza umana. Ovviamente un progetto si porta dietro anche una mezza dozzina di ottimi file xml la cui compilazione dà onnipotenza di progettazione. Insomma, la solita storia. La solita, rassicurante storia. Credo ci sarà da divertirsi.
Bene, volevo fare una recensione del mio strumento come la faccio di altre cose, ma mi rendo conto di non esserne in grado. Noi computer geek, per anni, siamo rimasti disgiunti dai cellular geek e forse possiamo arrivare a una comunione solo oggi. Rimane il fatto che è ancora un mondo nuovo per me e ne sono contento. Ho bisogno, in questi ambiti, di mondi nuovi. Per ora, comunque, vi lascio. Inutile farvi notare che si è fatto agosto.

“so questa vita che vìvum de sfroos / so questa vita che sògnum de sfroos / in questa nòcch che prégum de sfroos”

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