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11/09/2k21 - Correte molto forte: Non si può dire che non si sia data una certa disponibilità
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11 . 09 . 2019

Buongiorno, buonanotte, grazie, addio

Questo sono io che dico quello che mi viene in mente dopo aver visto l'ultimo film di Evangelion.
Mi infilo la tutina, salgo sul robot gigante e mi accomodo al posto di guida, che ha un odore familiare come di casa: “io sono qui dentro” (per citare una frase controversa di Infinite Jest, che la critica interpreta come un sintomo di dissociazione mentale indotta dagli allucinogeni), e sono anche qui a scrivere Follow The Rabbit, la mia casa da vent'anni.
Non è la prima volta in questi vent'anni che Neon Genesis Evangelion attraversa le vite degli autori di FTR e di conseguenza lascia un segno su questo sito: all'epoca della prima visione della serie su MTV le abbiamo dedicato anche una miniserie. Di quest'ultimo film, il quarto film che segue la serie animata originale di 26 episodi, anticipavo le mie grandi aspettative sin dall'annuncio tre anni fa. Ricordo anche che agli albori di questo sito ricevetti per posta come gentile omaggio da un nostro lettore un CD contenente una copia pirata di The End Of Evangelion, ovvero il film che sostituisce gli ultimi due episodi della serie originale per fornire un finale alternativo (che molti considerano il punto più alto mai toccato da Evangelion).
Devo contestualizzare, perché questo film rivendica con orgoglio ogni fotogramma di ogni opera di 25 anni di Evangelion, ama tutti i suoi personaggi allo stesso modo, e si premura che ciascuno riceva il suo commiato prima della fine. Gli invidiosi diranno fan service.

Questo sono io che provo a scrivere per esteso il titolo di questo film: Evangelion: Thrice Upon A Time 3.0+1.01:𝄂.
Da fanatico di tipografia sono tutto per i segnetti strani, che mettono a dura prova il supporto UTF8 di questo sito... ma non sarà un tantino, ehm, pretenzioso? Sì ma non più del solito; è vero che ogni parola e anche il simbolo musicale buffo hanno un senso che si rivela alla fine della visione, ma anche chissenefrega. (Il decimale aggiunto nell'1.01 dovrebbe indicare, se ho ben capito, la versione Home Video per distinguerla da quella uscita nelle sale cinematografiche, che ha qualche ritocco qua e là ai disegni.)
Ma dopo 2000 caratteri stiamo ancora all'esegesi del titolo di 'sto film... non è che verrà una cosa lunga? Meno male che lo sto facendo soltanto per me. “Piangere serve solo a se stessi” dice qualcuno a un certo punto, e ovviamente parla di Shinji (non di me).
Shinji è sempre quel ragazzino che non vuole pilotare il suo robot gigante.
Evangelion è tutto così: il frignare di un ragazzino che non vuole pilotare il suo robot gigante, a volte pietosamente coperto dal frinire della cicale in un giorno d'estate.

Il suo desiderio più grande è un mondo senza EVA.

Alla fine (spoiler) Shinji sarà esaudito. Breve storia triste. Ma non prima di aver sottoposto lo spettatore a un'ultima oretta e mezza che è come drogarsi senza drogarsi. Un'oretta abbondante psicotropa ma senza indurre dipendenza, anzi: quel genere di psichedelia è proprio quel che mi aspetto da un finale di Evangelion e lo accetto, ma adesso basta.
E a quanto pare anche l'autore la pensa allo stesso modo. Hideaki Anno, Autore, alla fine esce allo scoperto e si confessa in prima persona, come un Angelo che supera infine l'ultima Barriera AT, quella che separa realtà e finzione. È una fine gioiosa, perfino trionfale. “Se scrivessi una storia su te stesso, non vorresti un lieto fine?” ha dichiarato Anno in difesa del suo lieto fine contestato dai musoni. I musoni hanno mugugnato che The End of Evangelion (1997) è più memorabile, con un'immagine finale che resta scolpita nella memoria come una visione agghiacciante come un quadro di Bosch (e un commento di Asuka entrato nella storia dell'animazione giapponese).
Però è proprio vero, diventando vecchi si preferisce l'happy ending.
E diventando vecchi succede un'altra cosa: dei riferimenti ermetici non ce ne frega più una pippa. La Cabala ebraica e le Dieci Sefira e patapim-patapum? Chissenefrega. L'orgia di tecnobubbole sparate a 120 parole al minuto che introduce la suddetta Ora Finale Psichedelica? Chissenefrega. Ora che l'ha ammesso lo stesso autore, che tutti i riferimenti esoterici sono sempre stati SOLTANTO ESTETICI, possiamo metterci finalmente il cuore in pace. Ma se avete sedici anni e una connessione a internet, accomodatevi pure al banchetto dei “fan” (!) cabalisti. Non sarò io a fermarvi, sono errori che bisogna fare per diventare più saggi.
Il fatto è che “se già è difficile capire la propria vita, figuriamoci la vita degli altri” (come commenta Distopia)... questa storia è la storia della vita di Hideaki Anno, già incapibile di suo senza scomodare le Pergamene Del Mar Morto.

Se dopo vent'anni ancora non posso aspettare un treno sulla banchina senza ripensare un po’ a Shinji Ikari, vuol dire proprio che questo cartone giapponese mi ha fatto qualcosa alla testa.
Ha rotto la mia Barriera Del Terrore Assoluto, per così dire: la Quarta Parete che separa la vita vera di me spettatore dall'opera che va in scena sullo schermo. I delusi grideranno “Pretenzioso!”, ma quando infine gli EVA gemelli, Lancia-della-Speranza VS Lancia-della-Disperazione, si affrontano tra i set in costruzione di una scenografia teatrale, e l'animazione stessa deborda in un caos di tavole incompiute e bozze in b/n, quando infine questo film multi-milionario insiste sullo stesso espediente meta-cinematografico di mostrare la mano dell'artista nell'atto stesso di disegnarlo, come a vendicare l'umiliazione del finale troncato perché erano finiti i soldi venticinque anni fa... ecco! Io non ho arricciato il nasino.
Ero troppo occupato a spalancare gli occhi e la bocca, complice lo spettacolo esilarante di un film che si poteva fare solo così, con le tecniche dell'animazione giapponese: questa padronanza completa del proprio mezzo artistico, e insieme questa resa incondizionata al proprio mezzo artistico, è il tratto dei capolavori.
E poi su questo palcoscenico metafisico abbiamo potuto rivedere per un ultimo commiato i ben noti personaggi: Misato che, come sempre, mette il lavoro prima di tutto; Asuka finalmente un po' meno a pezzi, finalmente donna vera, per la sua rabbia servivano giganti e li ha avuti; perfino quell'ameba di Rei diventa adulta e saggia con i capelli lunghissimi e sciolti, stagliata in controluce mentre vengono proiettate le scene nostalgiche del cartone animato originale, che dice finalmente con la sua bocca la sua prima cosa autentica... Sì! Per me ha funzionato. Buongiorno, buonanotte, grazie e addio.

Dunque è inutile arricciare il nasino adesso: già la serie originale era una decostruzione postmoderna del cartone di robot giganti. Anche io l'ho sempre trovata un po' indigesta, ma dopo questi quattro film è chiaro che quella era solo la base di partenza. Eva è cresciuto tanto. E noi con esso, naturalmente, che è un ingrediente fondamentale in un'opera apertissima all'interpretazione personale.
Il Grande Tema sotteso a tutta l'opera, tutto sommato è sempre stato quello: una crociata contro l'escapismo. Un antidoto contro il cinismo e l'ironia: l'ironia, come dice il poeta, dovrebbe essere usata solo in caso di assoluta emergenza, non per una vita intera. E invece Hideaki Anno vedeva questi otaku perduti dietro le loro waifu al punto da non uscire più di casa, e ha provato a raggiungerli nell'unica maniera che poteva catturare la loro attenzione: con un altro anime. Evangelion era una trappola per otaku selvatici, da catturare per educarli alla Vita Reale.
Questo giustifica un aspetto che mi è sempre stato sui nervi: la sgradevolezza del ragazzino frignante di cui sopra. In quest'ultimo film la sgradevolezza di Shinji è spinta all'estremo punto di sopportazione dello spettatore (o ben oltre nel mio caso), ma il senso è: voi che siete perduti dietro a questi cartoni animati fate schifo così.
Nel finale di venticinque anni fa questo giudizio era categorico, e lasciava Shinji sbattuto su una spiaggia solitaria dopo aver combinato il più gran casino nella storia dell'universo.
Oggi invece il finale è diventato, appunto, un Lieto Fine; e la differenza è che stavolta Shinji fa schifo uguale, però ha la fortuna di essere circondato da persone che lo amano lo stesso. Shinji ha sbagliato tutto come al solito, ma stavolta l'amore degli altri gli dà la forza di affrontare le sue colpe.
Il punto di questa reinterpretazione di Evangelion è che la Vita Reale fa soffrire ma comunque ne vale la pena. Le opportunità di felicità sono dappertutto, persino dopo la fine del mondo. Un po' più costruttivo stavolta, eh?

Certo io sono un Ingegnere Semplice™ e mi irrita un po' la demistificazione degli EVA, ridotti in questo finale a pupazzetti usa-e-getta, intercambiabili come non faresti mai con le mutande di un altro. Ma naturalmente anche questo fa parte della grande Morale (!) di cui sopra. Queste macchine umane/divine qui sono trattate come cellulari vecchi il giorno dopo che hai comprato quello nuovo... ma dopo quattro fini-di-mondo o giù di lì, tutta l'umanità rimasta ha per forza di cose acquisito familiarità con l'esoterico. È la solita tesi dell'Ibrido Umano/Divino nell'Epoca della Sua Riproducibilità Tecnica.
La parola d'ordine era trascendere tutti i limiti prima di congedarsi. A malincuore voglio accettare questo finale iconoclasta che si spoglia della sua stessa potenza mitopoietica per dirci: Sono Solo Cartoni Animati.
Che ti credevi, stupido-Shinji? Svegliati e fatti un giro fuori, che il film è finito.

Lo-Rez: arte, storia, web design
11 . 09 . 2021

Autodifesa

Se guardate bene nelle strip di settembre c'è una sotterranea saga dell'out of office che serpeggia in corrispondenza di questo periodo dell'anno. E' un po' uno sfogo perché sarebbe veramente bello sbizzarrirsi con gli out of office che potrebbero mandare in giro sberleffi per tutte le nostre ferie. Purtroppo di solito a ferie finite bisogna pure rispondere alle mail e se queste sono state precedute da un pernacchione possono sorgere dissapori.

G.A.T.E. esclama con un che di liberatorio che le forze di autodifesa hanno combattuto. Cosa vuol dire? Abbastanza per fare un receanime come non se ne vedevano beh... da prima dell'estate.

La trama in breve: nel mezzo di Ginza, durante il grande evento estivo dedicato ai doujinshi, si apre un portale dimensiola che vomita un intero esercito fantasy dotato di cavalieri, troll e dragoni. Dopo un primo momento di smarrimento in cui queste forze magiche generano scompiglio e mietono vittime l'esercito giapponese, no, la forza di autodifesa giapponese interviene ricacciando gli assalitori e decidendo di ricambiare il favore, insediandosi al di là del portale col fine ultimo di sfruttare l'altro mondo.
La storia di questa invasione, seguendo i più classici stilemi degli anime, ci verrà narrata dal punto di vista di Itami, sergente buono come il pane con la fissa degli anime, che verrà coadiuvato, oltre che da un manipolo di soldati, da un gruppo di adolescenti maliziose composto dalla maga Lelei, l'elfa Tuka e la gothic lolita sterminatrice Rory Mercury.

C'è un punto fondativo in GATE non facilissimo da cogliere se non si è addentro alle vicende del Giappone e che in realtà influenza il mondo degli anime in modo più ampio di come potrebbe apparire: il Giappone, formalmente, non possiede un esercito perché averlo gli è vietato dagli accordi a seguito della Seconda Guerra Mondiale. Possiede, per l'appunto, una forza di autodifesa che può impiegare solo su territorio nazionale. Uno dei primi provvedimenti che prende il governo giapponese all'apertura del GATE, infatti, è dichiarare che ciò che si trova al di là di esso è territorio giapponese, così da poter intervenire.
Partendo da questo aspetto si può ben vero leggere tutta la vicenda dell'anime come la solita scampagnata in un mondo alieno circondati da draghi e ragazzine, ma ci si perderebbe quello che è il taglio più "politico", quasi "propagandistico" della serie. I giapponesi vivono la frustrazione di mantenere una forza militare e non poterla usare e far fatica anche a raccontarla visto che non può inserirla in nessun tipo di operazione all'estero. GATE fa innanzitutto questo: ci fa vedere i soldati giapponesi all'opera, in certi casi ne esalta le caratteristiche in modo un po' agiografico, più in generale dà al pubblico giapponese qualcosa di cui probabilmente sente la mancanza, dopo averla resa possibile con alcuni voli pindarici.
Se vogliamo, in questa sorta di tributo, si perdono un po' tutte le sfaccettature e gli approfondimenti che si sarebbero potuti portare avanti sull'argomento. E' ben vero che l'evento di Ginza ha visto il mondo fantasy nella qualità di attaccante, ma dopo che i giapponesi hanno attraversato il gate sono diventati loro gli invasori, sconvolgendo gli equilibri di un mondo retto su un impero di certo non illuminato, ma più legittimo delle loro ingerenze. Se anche poi ci vengono presentati come una sorta di gente illuminata portatrice di pace le azioni dei giapponesi non sono prive di lati oscuri. All'inizio la serie sembra interessata a questi temi e infatti presenta anche delle immagini forti, ma con l'andare avanti si focalizza maggiormente sul divertire il pubblico.

A parte questa chiave di lettura GATE com'è? Intendiamoci, a me dell'esercito giapponese nelle sue declinazioni interessa poco, questa lettura posso apprezzarla solo da un punto di vista accademico. Al di là di ciò, però, ci troviamo di fronte a un anime solidissimo che non ha paura di mettere in campo personaggi e filoni narrativi abbastanza per restituire un mondo ricco, affiancando alle vicende di Itami (guerra vista dal basso) anche delle storyline più sottilmente politiche, che coinvolgono giochi di palazzo, raffinatezze diplomatiche e purtroppo una principessa con l'infausto nome di Pinya Colada.
E' una pratica ormai quasi consolidata avere un protagonista maschio circondato da una schiera di femmine, quasi come in una commedia sexy anni '70. E' vero però che così facendo molti dei personaggi secondari forti devono necessariamente essere femmine e, ognuna a suo modo, Lelei, Tuka e Rory riescono a contribuire con efficacia alla narrazione. Fosse per me, io farei uno spin-off completamente dedicato a Rory e ne avremmo abbastanza di che divertirci, ma forse sono solo fisse mie.
L'unico buco di trama che ha dato fastidio al mio lato maggiormente nerdico è come mai l'impero non impieghi più massicciamente la magia per constrastare i giapponesi, altrimenti sfacciatamente superiori tecnologicamente. Sappiamo che la magia c'è, a tratti sembra che sia usata con parsimonia, ma non ci viene spiegato perché ai mortai non vengono opposte delle fireball che, nella miglior tradizione di questo tipo di mashup, avrebbero potuto riequilibrare le cose.

GATE è un anime composto di 25 episodi divisi come da tradizione in due grossi tronconi. Finisce? Non finisce? Di certo con il mondo che mette in piedi avrebbe potuto andare avanti per anni e con il modo che ha di trattare i suoi temi avrebbe potuto farlo con gran piacere da parte mia. Nella run che gli hanno dedicato, però, le vicende aperte vengono chiuse in mnaiera soddisfacente, portando le parti in causa a un punto d'equilibrio che non lascia patemi d'animo. Rimane il fatto che c'era abbastanza materiale per farci divertire ancora.

Si tratta, come avrete capito tra le righe, di un anime consigliato. Non eccessivamente pesante (a meno che non abbiate sullo stomaco certe derive militariste) divertente e nemmeno troppo complicato da seguire. Pur essendo quindi generalmente "leggero" lascia anche qualcosa su cui riflettere in quel gioco di specchi per cui a volte riusciamo a capire i giapponesi più da quello che fanno che da quello che dicono.

“I work to support my hobby. So if you asked me which i'd choose, my job or my hobby, my hobby takes priority”

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