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17/02/2k23 - Un rene: Che poi cosà sarà mai un rene per del buon software
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17 . 02 . 2024

Sarah, Ellen e Leia

Il pallido sole che illumina questo finale d'inverno (mai cominciato davvero) ci condanna a soffocare nella fuliggine... altro che anticipo di primavera! Siamo come assetati che bramano la pioggia per lavar via il PM10, tanto a noi cultori dell'Abbigliamento Tecnico la pioggia non ci fa nulla, è una sfida che abbiamo già vinto.

Le scorse settimane siamo stati trascinati dalla piena degli eventi: prima la visione artistica radicale del Maestro, e poi la ricorrenza rosa che ci tocca festeggiare tutti gli anni anche se non sappiamo bene perché (proprio come nella vita reale!), in occasione della quale abbiamo riflettuto un'ultima volta nell'attesa di Final Fantasy VII: I Prossimi Due Dischi.
Ma oggi abbiamo un po' di respiro (si fa per dire, con lo smog di cui sopra): ci serviva proprio una pausa, perché le prossime settimane saranno densissime di uscite videoludiche che attendo come l'ossigeno. Proprio la roba che piace a me, come l'incredibile Unicorn Overlord, o Dragon's Dogma 2, oltre naturalmente al succitato remake del gioco più importante nella vita del sottoscritto.
E allora voglio approfittare di questi momenti di quiete per parlare di film, che erano assenti da un po' su queste pagine... ma non di film normali, no: di cartoni animati giapponesi. Aaaargh!

Ma no, Cymon qui di fianco non è ancora riuscito ad attaccarmi il morbo delle maghette e delle scolarette depresse: da bravo bimbo degli anni '80 io ritorno sempre a quei tempi là, quando ogni film d'animazione era un evento. Patlabor (la serie) è una delle mie opere preferite, anche se forse i decenni l'hanno ammantata di un'aura mistica che me la fa ricordare meglio di com'era davvero... però Patlabor 2 (il film) è un capolavoro. Non lo dico solo io, perché di recente proprio questo film è tornato in auge per come ritraeva, oltre trent'anni fa, la guerra informatica mescolata alla guerra militare in una maniera che oggi appare presciente.
Patlabor 2 è famoso per aver rappresentato una scena di combattimento aereo tra le più realistiche e accurate mai viste sullo schermo. Il realismo, notate bene, va a scapito della spettacolarità: niente smargiassate alla Top Gun, per quanto esaltanti, ma solo gergo tecnico mormorato in radio, scambi tesi tra torre di controllo e piloti, blip-blip al fosforo su schermi radar nel buio, e qualche inquadratura di parti meccaniche in movimento.
Qualche inquadratura pornografica di parti meccaniche in movimento.
Si vede in ogni fotogramma la passione degli autori per la materia trattata, ma il guizzo geniale di Patlabor 2 è stato descrivere nei minimi dettagli, oltre trent'anni fa, un particolare attacco informatico al sistema GPS usato dai caccia militari che guardacaso è oggi impiegato nel nostro brutto mondo.

Oltre a Patlabor, i miei occhi di bimbo si riempivano anche di tanto City Hunter: un'opera con cui invece il tempo è stato meno clemente... quelle spalline imbottite sono passate di moda molto in fretta, per non parlare delle dinamiche tra i sessi che oggi ne fanno un'Opera Proibita, messa all'indice, tutte le copie bruciate, la sua memoria cancellata.
Ma la Nippolandia ancora si oppone al Nulla vorace che sta inghiottendo tante parti del nostro mondo (per soppiantarle con, be', il nulla). E dunque può succedere che esca, nell'anno 2024, un ennesimo film di City Hunter.
Non lo vedrò, ma mi è capitato qualche tempo fa di vedere il precedente, Shinjuku Private Eyes, e di riceverne un'epifania quasi mistica:

City Hunter e Occhi di Gatto condividono lo stesso universo?!?!

Ma perché non l'ho mai saputo? Come ha fatto a sfuggirmi per tutti questi anni questo particolare importantissimo?
Certo le affinità tra i due cartoni sono molte, compresa la tendenza a offendere una certa minoranza rumorosa di puritani e censori che vanno di moda oggi. E però le tre componenti della banda nota come Occhi di Gatto sono tre Donne Forti, e personaggi più carismatici di qualunque risibile prodotto dei Comitati Culturali di Netflix o Amazon...

I plumbei anni '80, schiacciati sotto il giogo della repressione, in mezzo a una pletora di maschi alfa hanno prodotto eroine come Sarah Connor, Leia Organa ed Ellen Ripley.
Quest'epoca illuminata invece che personaggi memorabili avrebbe prodotto, Miss Marvel?
L'ideologia e l'ipocrisia non fanno buona arte. Ciclicamente ce ne dimentichiamo, e dobbiamo reimpararlo a nostre spese.

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17 . 02 . 2024

Cavalieri dell'aria

E' il 1996, ho 17 anni e sono abbastanza stupido da comprare giochi originali (ai tempi sulle CENTOMILALIRE) che non sarò mai abbastanza bravo da giocare, travolto dal fascino dell'epoca o magari convinto che, dato l'investimento, questo mi infonderà abbastanza determinazione da impegnarmi e capire cosa ho davanti.
Il gioco di quell'anno è Flying Corps, simulatore di volo della prima guerra mondiale, erede morale (e non solo) di Dawn Patrol, sempre targato Rowan Software. Il gioco riprende la nobile guerra combattuta tra gli aviatori durante il primo conflitto mondiale sopra la Francia, ovvero si fa carico del mito del barone rosso e di tutto quello che è stato intorno a lui.

Il gioco, per gli anni, era quello che oggi chiameremmo un TriplaA, anche se ai tempi questo non significava che l'avrebbero giocato tutti, ma solo che gli appassionati del genere (simulatori aeronautici) l'avrebbero vissuto come un must have. La Rowan, dal canto suo, diede ai videogiocatori di quella precisa nicchia quello che volevano: una simulazione accurata al millimetro delle sensazioni del tempo, una cruda esperienza di volo su dei trabiccoli di legno e tela che stavano su accidentalmente grazie a un'elica che girava. Per capire l'approccio degli sviluppatori al progetto basta sfogliare il manuale. Dopo una breve intro dedicata ai menu la parte centrale del documento è dedicata, semplicemente, alla fisica dell'aeronautica e alle strategie di combattimento dell'epoca, senza fare un minimo riferimento al videogioco, come se servisse davvero per andare in guerra sopra Cambrai. Solo sul finale, quasi nascosto, il cheatsheet dei comandi e pochi altri riferimenti a quello che accade veramente una volta avviato il gioco.

Fast forward all'oggi: un po' di tempo fa mi capita tra le mani I Biplani di D'Annunzio, libro di fantascienza italiana che, vuole il caso, vinse il premio Urania nel 1995, proprio poco prima dell'uscita di Flying Corps. Io ho tante fisse, lo sapete, ma una di queste è senza dubbio quella per l'aviazione della prima guerra mondiale. Il libro ha tante cose interessanti, ma sicuramente il suo merito preponderante è accendere in qualche modo l'amore per i vecchi aerei dell'epoca e della guerra che hanno sostenuto. Spinto da questo stimolo faccio un po' quelle cosine che non si dovrebbero fare, ma consentono il recupero storico e mi metto a lavorare un po' su DOSBOX. Il gioco risulta molto docile e in pochi minuti eccomi al comando di un Albatros DV a dare la caccia a un gruppo di bombardieri.

I simulatori di volo sono un mondo a parte da tempo immemore, da quando siamo entrati nel mondo dell'industry moderna, quello dei triplaA eccetera eccetera sono quasi scomparsi. Nemmeno i grandi capi del settore credono che la nicchia del genere possa mai uscire dalla nicchia e quindi pensano che un gioco di questa categoria possa essere un successo di vendite. I simulatori relativi alla prima guerra mondiale si sono fermati molto prima, tanto che Flying Corps è probabilmente l'ultimo titolo che gli è stato dedicato. Difficile comprenderne le cause, forse anche allora troppo forte era la concorrenza con le atmosfere della seconda mondiale come anche il fascino della tecnologia dei velivoli moderni. Nessuno ha avuto fiducia nella nobile battaglia dei cieli che si combatté hai tempi del 14-18, quando la gente affrontava il vento in faccia, le pallottole e si salutava da abitacolo ad abitacolo mentre si ammazzava.

Anche dopo tutti questi anni, pur affrontandolo con l'esperienza data dalla vecchiaia, Flying Corps rimane un gioco ostile, che non concede niente. Non esiste HUD (perché non c'erano HUD nel 1915) e quindi per vedere i propri obiettivi bisogna aguzzare la vista. Persino le informazioni più basilari possono essere disattivate così da dover letteralmente abbassare lo sguardo sugli strumenti (col tastierino numerico) per vedere posizione e velocità. La fisica di volo è influenzata da mille fattori e anche se il gioco permette di spegnerli tutti nella sua configurazione base è possibile perdere le ali semplicemente perché si va troppo veloci o vedere il proprio velivolo ridotto a un mattone solo perché lo si sta spingendo troppo nella direzione sbagliata. Dopo una prima missione piuttosto semplice (ma in cui comunque bisogna dimostrare malizia) il gioco ti getta nella mischia consapevole che al vita di un pilota dell'epoca è comunque appesa a un filo e quindi può comunque capitare di morire anche solo per aver guardato in faccia il proprio avversario.

Forse proprio per queste sue peculiarità Flying Corps, si dice, ha tutt'oggi una comunità attiva di gente avvelenata che lo gioca o che comunque ogni tanto si fa cogliere dal desiderio di avviarlo. Ricercare informazioni su internet sul gioco invece, non fa che confermare come l'informazione, nella grande rete, invecchia e muore, come ci avevano promesso in passato NON avrebbe fatto. Visto che parliamo di un gioco vissuto e complicato ho infatti cercato se ci fosse qualche tutorial o video strategico che potesse aiutarmi, ma non sono riuscito a trovere nulla di utile. Anche le recensioni che uscirono al tempo, ahimé, sembrano non trovare più spazio negli archivi digitali. Purtroppo non ho la forza di scendere in cantina a recuperare l'ormai fradicia copia del TGM cartaceo dove probabilmente se ne decantavano le lodi.

Anche in queste condizioni Flying Corps è un bel viaggio. Non posso dire di averne tratto soddisfazione, ma ne capisco il senso, anche se muoio invariabilmente. Giochi così riccamente costruiti non muiono anche dopo che la loro grafica invecchia e i loro sistemi operativi nativi scompaiono. Questo dovrebbe insegnarci qualcosa.

“Cinque cellulari nella tuta gold, baby, non richiamerò / Ballavamo nella zona nord quando mi chiamavi "fra'" / Con i fiori, i fiori nella tuta gold, tu ne fumavi la metà / Mi passerà, ricorderò i gilet neri pieni di zucchero, cambio il numero / Cinque cellulari nella tuta gold, baby, non richiamerò”

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