Strip
906
02 . 03 . 2019

I'm a fighter

Solidarietà per i colleghi caduti nelle mille battaglie quotidiane del settore IT! Gödel ha perduto i contatti con il team inviato in sala macchine a controllare una misteriosa anomalia... il tempo stringe, la tensione nei cubicoli è palpabile, le nocche si sbiancano stringendo i mouse... Spesso la vita lavorativa (e quale se no?) di un Ingegnere ricorda una puntata di Star Trek, una di quelle non noiose.

Come sa il lettore di lunga data, qui a FTR cerchiamo di essere tetragoni contro le ricorrenze del calendario e le vicende del Mondo Reale. Eppure non ce la facciamo, le festività si infiltrano spesso tra queste pagine e ne condizionano gli umori.
Ora ad esempio siamo in pieno Carnevale, e voglio approfittarne prima di entrare nel periodo pasquale per concedermi la debolezza di parlare di: Dead Or Alive 6.
Come sa il lettore di lunga data, qui a FTR abbiamo un rapporto di amore/odio con questa serie fin dai suoi esordi. Perché ovviamente noi c'eravamo già, ai suoi esordi, e specialmente quando con Dead Or Alive Xtreme Beach Volleyball ci fu una svolta decisa verso la perversione più sconcia. Il nome di DOA non si è mai più redento dopo quell'inciampo della virtù, e anzi ha spinto sempre più nella direzione dell'(auto)erotismo, trasformandosi negli anni in un simulatore di fisica dei corpi elastici (e sudati, e impolverati).
E chi siamo noi per condannare questo trend? A dire il vero questo nuovo sesto titolo della serie principale sembrava volersi scrollare di dosso la fama di divertimento per onanisti incalliti, e ritornare ad essere un gioco di combattimento rispettabile e professionale.

Sì, come no.

Sono partiti con dichiarazioni roboanti sui nuovi costumi castigatissimi che restituivano dignità (???) alle lottatrici virtuali... poi si è saputo delle mosse speciali per distruggere gli indumenti più delicati, e via via fino ai volti che vengono tumefatti dalle botte (mi sento a disagio anche a scriverlo).

Il vantaggio di essere vecchi è che posso rimandarvi a un link di 7 anni fa già riportato a suo tempo su queste pagine, in cui l'editore faceva le stesse identiche dichiarazioni a proposito di DOA5... poi sappiamo tutti com'è andata: DOA5 è diventato famoso perché offre una profusione infinita di costumini sconci, per una somma totale di oltre 700 euro.
DOA6 parte da questi presupposti, non aggiunge assolutamente nulla di nuovo se non una grafica leggermente migliore; e parte col botto, chiedendoci la bellezza di 170 euro per dischiudere tutti i suoi succosi segreti. Cioé altri costumini, via via più sconci all'aumentare del prezzo.

Mi perdonerete se sono veniale, se parlo di euro su queste sacre pagine: ma come, direte, l'arte ha forse un prezzo?
Chiamatela arte, se volete. Io la chiamo prostituzione, e questa presuppone appunto un commercio. Basta un po' di onestà intellettuale, diventa tutto più semplice.

Lo-Rez: arte, storia, web design
02 . 03 . 2019

L'altro

Dall'alto dei miei reumatismi posso ben dirvi che la fantascienza in televisione se la sta passando, come al solito, malissimo. Prima che veniate qua a dirmi che sparo fandonie facciamo delle piccole precisazioni: i supereroi non sono fantascienza. Quelle robe derivative che fa Netflix non sono fantascienza. La maggior parte della roba che contiene concetti non realistici non è fantascienza, anche se ogni tanto gli si può concedere di ricadere nel fantastico.
Stringendo il campo ai soli serial di grande richiamo forse possiamo riconoscere genuinamente fantascientifico solo Westworld, che però, sul serio, non ce l'ho fatta a vederlo, mi era troppo faticoso.

E' fantascienza qualcosa che pone in rilievo un'idea alternativa alla realtà e, a partire da essa, la sviluppa andando a trovare quelle implicazioni che ci dicono qualcosa sulla nostra realtà. Questa non è una definizione snob o elitaria o fighetta, è semplicemente la definizione genuina di fantascienza, utile soprattutto ad affrancarla da quell'idea di intrattenimento un po' ignorante che per anni si è tenuta sulle spalle, a torto.

E' per questo che serve un editoriale di FTR su Counterpart che probabilmente è la più grande esperienza fantascientifica che potete trovare oggi in televisione e di cui, ne sono certo, non sapete quasi niente.

Lo spunto di Counterpart è presto detto: un esperimento nucleare nella Berlino Est dei bei tempi della DDR fa in modo che esistano due copie distinte del nostro mondo, comunicanti per un tunnel chiamato "The crossing" situato proprio sotto l'edificio dove si stava svolgendo detto esperimento. Il fatto è noto a pochi, ma questo non ha impedito che si stabilisse una vera e propria comunicazione tra i mondi, proficua, ma anche tesa. Non è che uno dei due mondi sia malvagio (contate che, alla nascita, sono esattamente uguali), uno dei due però (l'altro, rispetto a quello che possiamo dire nostro) è stato sconvolto da una terribile epidemia influenzale che ha ucciso il 3% della popolazione mondiale, cambiando la vita delle persone.
Il protagonista, Howard Silk, è un impiegato di basso livello dell'organizzazione che gestisce il crossing, assolutamente incosapevole di cosa riguardi veramente la sua attività, diviso tra l'abnegazione al lavoro e quella nei confronti della moglie, in coma a seguito di un incidente automobilistico. La sua vita viene sconvolta quando "l'altro" Howard, una superspia senza scrupoli, decide di coinvolgerlo in una caccia a un gruppo terroristico che sembra pronto a mettere a repentaglio l'equilibrio tra i due mondi.

Si può vedere già da questa breve descrizione il concetto di fantascienza che ho espresso sopra. L'idea dei due mondi paralleli non è esattamente fresca, è proprio un topos. In Counterpart la cosa affascinante è che si vede perfettamente sia come i due universi siano nati identici e anche come sia cominiciata la frattura che li ha fatti divergere, due punti che rendono la costruzione molto solida. Questo però non basta. Counterpart è anche una serie che, in mezzo a sparatorie, complotti e inganni necessari a tenere in piedi un intreccio senza uccidere di noia gli spettatori, si interroga su cosa significherebbe trovarsi davanti al proprio sé stesso, cosa vorrebbe dire ritrovarsi faccia a faccia con una differente scelta di vita, guardare negli occhi qualcuno che pensa con la tua stessa testa. Sono molti i dubbi realmente esistenziali che solleva, arrivando a quello più importante, ovvero se questa persona esattamente uguale a noi, nel momento in cui ottenesse qualcosa di più o di meno di noi, diventerebbe o meno il nostro peggior nemico, come forse temiamo nell'intimo.

Chiusa la parentesi di teoria filosofica passiamo agli aspetti tecnici. J. K. Simmons è un CAZZO DI GENIO. Il suo lavoro di sdoppiamento non ha eguali in tutta la storia della televisione e pure del cinema. Io lo so che abbiamo passato anni a sbavare dietro (attorialmente e non) a Tatiana Maslany, ma qui siamo su tutto un altro piano. Quello di cui dovete rendervi conto è che, al contrario di quello che si fa usualmente, i due personaggi interpretati da Simmons sono assolutamente identici come aspetto e come abbigliamento e, nonostante questo, è perfettamente riconoscibile in ogni momento quando lui ne sta interprentando uno e quando l'altro. E' veramente difficile spiegare come faccia, ma buona parte del meccanismo di sdoppiamento sta in piedi perché lui riesce a dare contemporaneamente queste due prestazioni recitative. Questa cosa è messa ancora più in risalto dal fatto che Olivia Williams, l'attrice che più deve fare altrettanto, riesce molto meno bene, pur dimostrando in generale una grande bravura.

Dal punto di vista narrativo, invece, è abbastanza chiaro che la storia è stata più volte rimaneggiata nell'incertezza della conferma della serie, fino a farla precipitare a un finale esaustivo alla fine della sua seconda stagione. Molte interessanti diramazioni della trama vengono lasciate a sé stesse quando non addirittura troncate di netto, certe parti non spiegate lasciano l'impressione di sciatteria nella realizzazione di certi passaggi di trama, certe soluzioni sono più radicali di quello che si sarebbe meritato. Non si può però propriamente incolpare il lavoro di Counterpart a riguardo. Se mai dovremmo riflettere su quale zeitgeist stiamo realmente vivendo se un prodotto così complesso e interessante deve lottare con le unghie e con i denti per riuscire a sopravvivere due stagioni (e poi chiudere) quando intorno a noi, all'apparenza, i falsi nerd gloriano una qualità narrativa che nella loro sensibilità distorta risiede in prodotti poco meno che mediocri. In ogni caso la serie ha un finale, un finale che la chiude in modo soddisfacente e questo è spesso più di quanto ci si possa aspettare (di certo meglio di un finale in piena crisi creativa dopo ennemila stagioni).

Non serve quasi un paragrafo conclusivo per tirare le somme di questa recensione, visto che l'entusiasmo è evidente. Cercate un modo di recuperare questo prodotto che, essendo STARZ, non so nemmeno come consigliarvi di trovare per vie legali, ma che merita tutta la fatica che vorrete dedicargli.

“Who cares about the collective good? The East if fucking dead now. What I'm saying is the animalistic instincts have won out. One side will always win out.”

Cymon: testi, storia, site admin
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