Strip
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28 . 04 . 2018

17

Diciassette anni fa era un sabato e due sfigati pubblicavano una GIF (non animata) su internet: quegli sfigati... siamo noi!

Mi piacerebbe presentarmi qui oggi in occasione di un anniversario così esatto con qualcosina, un presente aggiuntivo oltre alla strip che da 17 anni vi doniamo con tanto amore. Qualcosa ci sarebbe, ma non siamo ancora pronti. Pazienza.
Avrei almeno potuto prendervi un pupazzetto di coniglio, considerato che ero fino a poco fa in una graziosissima città europea (ormai la mia terza, o quarta, o quinta casa) che ha costruito un'industria attorno al personaggio di questo animale, sessualmente assai ambiguo e vestito con tanti costumini diversi.

Il mondo videoludico è ancora abbacinato dalla fulgida gloria di God Of War. Credo sia una specie di vittoria per tutta l'industria: un decennio fa God Of War rappresentava il classico gioco per adolescenti tutto sangue e sesso (?!), oggi invece questo nuovo titolo si è trasformato in una cosina politicamente correttissima, con donne forti abbottonate fino al mento, tutto incentrato sul rapporto padre-figlio (?!). I giocatori originari hanno l'età per fare i genitori, dopotutto, e i giochi stanno maturando con loro.

Per il resto non trovo molto da dire: potrei quasi spingermi fino a commentare il nuovo personaggio di Street Fighter V, Falke.
Ma no, dovrei essere davvero malmesso per tirare fuori un argomento tanto noioso: Falke è il nulla esistenziale, un personaggio totalmente inutile che sarà dimenticato tra una settimana, lasciandoci soltanto amarezza.
Piuttosto che parlare di Falke, preferirei addirittura parlare della nuova canzone di Nicky Minaj, “Chun-Li”. Ecco, l'ho detto. Suppongo che abbiano in comune... le gambone? Perché non mi spiego altrimenti l'uso a sproposito del sacro nome della nostra adorata Chun-Li.

Per un'analisi più approfondita vi rimando ai commenti su Youtube.

Lo-Rez: arte, storia, web design
28 . 04 . 2018

Block the buster

Coff... coff... 17... ecco... non credo ci sia granché motivo per parlarne.

Non sono andato a vedere Infinity War e ciò non vi stupirà. Non so nemmeno se ci andrò. Come saprete la mia fregola per l'universo Marvel si è esaurita poco dopo la nascita dell'universo stesso e da allora seguo questo tipo di film con una certa pigrizia. In questo caso va un po' meglio, rispetto a Star Wars e quant'altro, perché per me questi sono sempre stati solo film quindi vivo tutte le dispute a riguardo con una certa apatia.
Più interessante invece, il fatto che abbia preso posizione contro di essi James Cameron un nome che effettivamente può meritare qualche discussione.
Piuttosto stucchevole l'ironia con cui le critiche del noto regista sono state accolte, come a dire che Cameron non è esattamente un Lars Von Trier. Stucchevole perché, a pensarci bene, sarebbe stato un po' assurdo se fosse stato Von Trier a scagliarsi contro i marvelloni spiegando che i loro contenuti non raggiungono Dogville. In questo caso sarebbe facile liquidare la questione raccontandoci che le due tipologie di cinema coinvolte portano avanti scopi e messaggi diversi e quindi inconfrontabili. Cameron, invece, ha dimostrato di saperne qualcosa di blockbuster (quando ancora il cinema d'intrattenimento ad alto budget si chiamava così) e probabilmente vede, a spettro più ampio, l'influenza (ehm, nefasta?) del Marvel Universe su un concetto un po' più ampio di cinema.
Non è poi nemmeno giusto accusare Cameron di marciare sulla serialità. Di certo non ci marcia come la Marvel. Se anche adesso ha deciso di fare un secondo Avatar (di cui, ok, non sentiamo il bisogno), comunque ha lasciato fare un bel pacco di anni dal primo capitolo, di certo non sembra sfruttare la cresta dell'onda per massimizzare i guadagni.
Arriviamo però al punto più critico di tutto il discorso: Cameron vale più del Marvel Universe? Possiamo raccontarci che Infinity War è più bello di Aliens o Terminator 2, dopo aver accettato che i due titoli sono decisamente nello stesso campionato? Ecco... di cosa vogliamo parlare?

Possiamo parlare di un concetto un po' vasto e nebuloso, tanto caro al marketing, che è quello di experience. In questo senso la cavalcata che ci ha portato a Infinty War, costruita sapientemente con ampio investimento di denaro e talento, fa sì che questo momento sia un momento che i fan sentono di vivere con una certa emozione, che va oltre il fatto del film. Infinity War è qualcosa che, in un contesto più ampio, si è srotolato negli ultimi anni, dalla costruzione della storia tramite i film che l'hanno preceduto, gli infiniti indizi e discorsi, le immagini centellinate di fiera in fiera. In questo senso la pletora mostruosa di personaggi coinvolti nella pellicola è servita tutta, perché in effetti l'esperienza spaziale e temporale del progetto è stata tale che pensare di crearlo intorno a un solo personaggio (o a pochi) sarebbe stato proibitivo.
Ovviamente questo non è confrontabile con l'epoca dei capolavori di Cameron come nemmeno con i suoi successi più recenti (Avatar, di nuovo), perché in quel caso i film uscivano con poco o nullo corollario. Possiamo credere che quando arrivò nei cinema Terminator 2 ci fossero ancora in giro molti fan del primo film e che certi trick come il ribaltamento del ruolo di Schwarzenegger abbiamo suscitato stupore e curiosità nella gente. Ma, allora si, persino gli autori ci raccontavano che si trattava solo di un film e allora non avrebbe avuto senso la spasmodica attesa, la maestosa documentazione di contorno o anche solo l'intreccio di background e personaggi (i Terminator, in particolare, sono anche film che proprio sui personaggi sono ridotti all'osso).

La frase solo un film però è il cuore di un discorso tutto diverso, che potreste subito affondare come snob, ma che snob non vuole essere e che spero capirete riguarda semplicemente un tema differente da quanto detto finora e forse non descrive nemmeno gli obiettivi portati avanti dalla Disney con questo Infinity War (e predecessori).
Intanto c'è una squisita sfumatura di linguaggio che vi prego di apprezzare: stiamo parlando di James Cameron (e il suo lavoro) contro il Marvel Universe. Cominciate a notare come dietro questa etichetta non si riconosca una persona, ma un organizzazione, un'industria, un gruppo dirigente che ha preso delle decisioni sulla base di precisi obiettivi strategici. Ai tempi di Marvel Universe Fase 1, quando non si era ancora spudorati a dare un'etichetta a quanto stava succedendo, si cercò di personalizzare il progetto dichiarando la paternità di Joss Whedon. Ormai anche questo tipo di guida è scomparsa, il Marvel Universe è del Marvel Universe, un'entità alveare. E, spiace dirlo, questo discende anche su diverse figure coinvolte nel progetto, sicuramente discende sui registi che lo hanno realizzato. Questo Infinity War è dei Russo, che sono i registi che si sono dimostrati i migliori all'interno del Marvel Universe, ma che all'esterno delle loro meccaniche hanno dimostrato poco niente. Se prendiamo, a più ampio spettro, l'intero universo Marvel vediamo che in alcuni specifici momenti si sono cimentati nella realizzazione dei film degli autori di un certo livello (mi viene in mente Branagh) che però non solo hanno poi subito abbandonato, ma soprattutto nelle pellicole che hanno realizzato non hanno realmente mostrato il loro cinema, ma si sono messi al servizio del prodotto (una tendenza oltretutto pre-Marvel, se pensate a Raimi).
Più in generale, proprio a causa di questa, voluta, spersonalizzazione della linea produttiva, che vede anche molti attori svolgere spesso poco più di un compitino rispetto a lavorare sul serio (o ridursi alla caricatura di sé stessi, come è accaduto a Robert Downey Jr.) è veramente difficile definire la cifra strettamente cinematografica di un Infinity War, ovvero misurarlo secondo tutti i principi tecnici e artistici propri dell'arte cinematografica in sé.

Se ci pensate questo discorso è stato possibile anche a causa di una certa delegittimazione che è stata operata negli anni dalla critica cinematografica stessa nei confronti del cinema di intrattenimento. Il discorso, per anni è stato che un certo cinema, fatto con un mucchio di soldi, fatto per un pubblico no-brain, non aveva bisogno di essere giudicato o analizzato. Il pubblico si divertiva, venivano fatte badilate di soldi, ma in verità non c'era bisogno di definire una scala di valori o decidere che qualcuno aveva lavorato meglio di qualcun altro.
Era una grande illusione, in verità, e Cameron, in prospettiva, ha dimostrato proprio questo. Perché della montagna di film no-brain tutti esplosioni e soldi e effettacci che sono stati fatti negli anni d'oro del genere, alcuni sono sopravvissuti ancora oggi, alcuni rappresentano ancora qualcosa che merita di essere guardato, e di certo molte delle pellicole di Cameron sono tra questi.

La mia paura per Infinity War è proprio qui, non tanto il fatto che susciti grande emozione adesso, che per l'appunto è il culmine di un'experience, ma che tra vent'anni (che sono quasi gli anni passati da Terminator 2) nessun più senta lo stimolo a riguardarlo, come già ora è difficile trovare persone che si imbarcano in maratone Marvel o si lanciano nell'ardito rewatch dei primi film, che sono ancora relativamente recenti e attuali, visto il progetto in corso.
Il cinema è persone che esprimono un proprio pensiero, può essere un pensiero interessante come no, possono essere brave a farlo come no. Come in qualsiasi attività lavorativa, lasciare a una persona la possibilità di dare una sua impronta a ciò che sta facendo è rischioso, perché può ottenere risultati inarrivabili altrimenti (arte) come può invece fallire, come una persona sola rischia sempre di fallire. L'opera Disney, di contro, è stata normalizzante, industriale, a minimo rischio, ma ha anche impedito che emergesse un qualche tipo di espressività che non fosse quella costruita a tavolino sulla base della sintesi delle pulsioni medie della folla. Questo non pregiudica l'emozione che suscita adesso, ma temo che subirà molto più ferocemente le ingiurie del tempo.
Che è anche vero che è difficile trovare qualcuno che pensa a lungo termine, al giorno d'oggi.

“Tempo di morire. Tempo di morire tutti

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