Strip
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07 . 04 . 2018

Tempo fuor di sesto

Il mio tempo è di nuovo fuor di sesto, e di nuovo mi trovo a peregrinare per regioni del mondo in cui la primavera non è ancora arrivata, là nel freddo Nord oltre la Barriera.
Ma del resto il sole primaverile e i pollini e i fiori e le gite pasquali nella natura ci sono ostili, a noialtri videogiocatori. A noi che, poniamo, siamo tuttora immersi nel sole e nella sabbia dei deserti egiziani di Assassin's Creed Origins, o nelle sue caotiche metropoli affrescate, tra statue di marmo e sfingi di ossidiana. Finalmente un Assassin's Creed che si risolleva dalla mediocrità assoluta in cui era caduta da serie da, diciamo, 6-7 annetti!

Sospeso nel tempo e nello spazio, riuscirò comunque a dire qualcosa d'attualità riguardo a un argomento a cui tengo tantissimo: i costumini dei personaggini di Street Fighter V. Sono usciti quelli nuovi in occasione del Capcom Pro Tour 2018!
Il costume di Sakura mi fa impazzire. Potrei quasi precipitare nell'insania di acquistarlo, nonostante costi come tanti videogiochi interi. I soliti detrattori, a cui non va mai bene niente, subito a dire: “Ma però i tradizionali pantaloni hakama non si indossano esattamente così!!1!” Pazienza, me ne farò una ragione.

E poi potrei perfino commentare un giocazzo che va per la maggiore tra i giovani d'oggi, appena uscito: Far Cry 5. Il fast-food dei videogiochi.
Eppure c'è del merito in questo titolo che ha scelto un'ambientazione estremamente specifica e peculiare, e al tempo stesso molto originale. Certo, tutto è trattato in maniera estremamente superficiale, puramente a livello estetico, senza complicazioni ideologiche. Ma va benissimo così: divertimento senza menate, per le polemiche basta e avanza il Mondo Reale.

Lo-Rez: arte, storia, web design
07 . 04 . 2018

Ridi, player one

Nerd ingrigiti, dicevamo, eh? Mettetevi comodi (SPOILER).

Le mie perplessità sull'opera di Cline ancor prima che sul film sono state scritte su questo sito in tempi non sospetti e già allora il tema non era solo il valore letterario dell'opera, ma anche la caduta dei Nerd. Oggi il film tratto dal libro arriva nelle sale, con la prestigiosa firma di Spielberg, e forse è giusto tornare sull'argomento, un po' su tutti gli argomenti.

Il primo punto da evidenziare, per esempio, è che la sceneggiatura (sempre firmata in parte da Cline) stravolge in larga parte il libro e questo è un bene. Fortunatamente gli adaptation-nazi non sono più un clan troppo forte (i falsi nerd non leggono mica i libri, prima di andare al cinema) nelle discussioni online, per cui non ha senso rivendicare l'aderenza all'opera di partenza come una virtù. Di contro, le modifiche hanno permesso di eliminare delle parti che effettivamente nel romanzo erano proprio bruttarelle (all'incirca tutto quello che accade nel mondo reale nella seconda parte) e anche di rendere le "prove" meno cervellotiche e più adatte al grande schermo. I comprimari perdono quasi completamente caratterizzazione, ma in un film tanto visivo non si sente molto la mancanza delle side-story di Daito e Sho, anche se naturalmente sarebbe stato interessante un migliore lavoro su Aech e sulla sua controparte, che effettivamente raccontavano alcuni aspetti interessanti della dualità virtuale/reale. Era però, in questo caso, qualcosa di molto ingombrante, per gli intenti del progetto, quindi possiamo essere comprensivi.

Ready Player One ci è stato venduto come un film in cui la principale fonte di interesse sarebbero state le citazioni continue e i rimandi agli anni 80, questo anche perché tale era esattamente la forza del romanzo di partenza. Intelligentemente, Spielberg non è stato eccessivo, in questo. Ovviamente potreste anche analizzare la pellicola fotogramma per fotogramma e recuperare ogni riferimento, ma le strizzatine d'occhio non sono mai eccessivamente ruffiane o invadenti. Inserire Shining, per esempio, non è stata una concessione al popolo degli eterni bambini che volevano passare tutto il tempo a puntare il dito, ma evidentemente un ritorno dell'ossessione personale di Spielberg stesso per Kubrick. Meglio così, anche perché il citazionismo cinematografico è delizioso, sebbene rischia quasi di essere scollato dal mood generale del film. Musicalmente mi sono sentito un po' ferito dal fatto che non siano stati inclusi i Rush, una delle poche cose buone che ho scoperto con il libro. In generale, a parte la Jump iniziale si è rimasti molto soft anche in questo senso, le colonne sonore dei Guardiani della Galassia sono più disgustosamente supine al gusto nostalgico di quanto non sia il lavoro fatto in questo caso.

Per quello che riguarda la Fantascienza di Ready Player One e il suo criticare la società ci troviamo di fronte a un lavoro molto ingenuo, infantile, questo sì molto anni 80-90. La megacorporazione cattiva è semplicemente cattiva, con il supercapo che può uccidere chi vuole e intrappola i debitori in camere di tortura. Il mondo esterno, a parte alcuni brevi excursus sulle cataste, non viene mai visualizzato. Art3mis parla di lei e dei suoi amici come di una sorta di resistenza, ma non si capisce come interagisca con tutto. Questo approccio, in maniera piuttosto affasciante, evidenzia come Spielberg mirasse al target degli adolescenti, più che a quello dei vecchi nerd, e si può spiegare così perché il peso del citazionismo è limitato. Ready Player one va ad aggiungersi a tutti quei film che avrebbero potuto essere cyberpunk, ma non lo sono, anche per questa ragione. E' interessante il mondo online come fuga da un mondo reale che si è ormai arreso, ma la cosa è data per acquisita con un passaggio velocissimo, che non nobilita l'impianto generale.

Le vicende personali di Halliday avrebbero dovuto costituire un altro importante filo conduttore all'interno della caccia al tesoro. Non ricordo quanto questa parte avesse peso nel libro con precisione, ma l'impressione complessiva è che lì come qui si sia costruito un disegno incompleto. Il personaggio di Ogden Morrow (tra l'altro interpretato da Pegg, l'attore più interessante del cast) non riesce a fare mai più che qualche comparsata, nonostante la sceneggiatura cerchi di puntargli il dito addosso in diversi momenti. In questo modo anche tutti i momenti in cui gli eventi della caccia dovrebbero effettivamente intrecciarsi con la vita dello sviluppatore scomparso (compreso il dialogo finale) hanno limitata forza emotiva.

Il mio giudizio generale sul film è che è carino. Sono entrato, lo ammetto, cercando cosa potesse irritarmi, ma non mi sono irritato per niente, anzi, per le due ore e mezza che è durato mi sono abbastanza divertito. Spielberg, se vogliamo, è risultato un po' stanco, coi suoi tentativi di aggiornare al 2020 il suo cinema per ragazzi che era di per sé anni 80 e che qui a quegli anni 80 avrebbe dovuto solo fare il verso. Metacinematograficamente se ne potrebbe parlare per ore, di questa buffa interazione tra passato e presente, ma la discussione comunque verterebbe intorno a un prodotto simpatico, ma ben lontano dall'essere epocale.

Naturalmente il web è viceversa esploso parlando dei nuovi Goonies e di un film generazionale. Ormai però siamo tristemente abituati a queste adrenaliniche onde di marea e non è nemmeno il caso di arrabbiarsi. Certo, il Gigante di Ferro colpisce nei sentimenti anche se ammetto di non aver sentito granché emozione alla sua comparsa. Ho sentito giusto un brividino quando è apparso il Gundam, devo ammetterlo, anche se subito dopo la sua scesa in campo ho dovuto notare che quei retrorazzi e la capacità di volo sulla superficie planetaria l'originale RX-78 non li ha mai avuti. Scusate la pignoleria. Sono un nerd.

“I created the OASIS because I never felt at home in the real world. I didn't know how to connect with the people there. I was afraid, for all of my life, right up until I knew it was ending. That was when I realized, as terrifying and painful as reality can be, it's also the only place where you can find true happiness. Because reality is real.”

Cymon: testi, storia, site admin
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