Strip
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07 . 10 . 2017

Gli androidi sognano amanti elettriche

Se continuiamo così, tra qualche annetto dovremo chiamarci “Il Primo Webcomic Italiano su Tutto Tranne i Videogiochi”; ma lo spettacolo di Blade Runner 2049 non può passare sotto silenzio.
Si tratta di un film appena uscito nelle sale cinematografiche, non so se ne avete sentito parlare, e io che sono abituato a scrivere solo di roba vecchia come Noé non so bene come comportarmi in questi casi riguardo ai cosiddetti spoiler... facciamo che non me importa un accidenti? Ma comunque non intendo parlare della trama del film, quindi non c'è davvero nessunissimo pericolo.

Chisseneimporta infatti della trama, che non è gran che, quando fin dal primo istante il nostro nuovo film preferito assalta i nostri sensi più multimediali: una colonna sonora insopportabilmente fragorosa, una fotografia da lasciare senza fiato, mentre in pratica non succede nulla. Tipo l'inizio di Hateful Eight o di C'Era una Volta il West: solo che qui la sensazione dura per tutto il film. È tutto il film. Ma è un complimento, amore!
Non ho parole per lodare la direzione artistica, la cura con cui è illuminata ogni scena: ovunque è un tripudio di architettura brutalista, sgargianti ologrammi cyberpunk, costumi divini. E la tipografia!
Certo ci sono stati altri film che possono vantare scenografie sontuose, ma queste colpiscono di più perché la regia ce le mostra senza fretta, ce le fa assaporare fino in fondo, indugia per SECONDI interi su primissimi piani e panorami a perdita d'occhio... Vedete, basta poco per congiurare ancora oggi il Senso di Meraviglia: basta inquadrare con precisione e pulizia gli effetti visivi che avete prodotto per la spesa di 185 milioni di dollari. No sfocature di movimento onnipresenti e montaggio forsennato. Geniale.
Per questo stesso motivo compiango gli stolti che si lamentano della lunghezza di questo film: se lo spettacolo è bello dovreste avere solo in orrore che finisca. Siete voi la mia condanna.

“Blade Runner 2049” dunque se la prende molto comoda: sostiene ogni scena con una sfrontatezza che mi riempie di stupore, che non credevo ormai più possibile. Si tratta di un film costoso, ma non è fatto per i cinesi, né per i bamboccini: caso rarissimo.
Durante LA scena d'amore (a tre, e nessuno umano), mi sono quasi riscosso un attimo dall'ipnosi per accertarmi che davvero stavamo vedendo nell'anno 2017 una sequenza di moltissimi minuti totalmente inutile per lo svolgimento della storia, senza pupazzetti da vendere, una sequenza non piazzata dopo i titoli di coda ma dentro il film, che approfondisce un personaggio interessantissimo dentro il film, no in una futura serie a fumetti di 'sta cippa.
Quasi.

Le scene di culto nascono così: un po' di buona volontà, una scintilla di Grazia, un briciolo di generosità autentica nei confronti del pubblico. Questo film ne ha molte.

L'unica trascurabile amarezza che porto nel cuore è che per tutto questo film si sente la presenza dell'altro: se non ci fosse stato l'altro, allora sì che la nostra soddisfazione sarebbe stata completa. Più in generale apprezzerei di più il cinema contemporaneo se non ci fossero mai stati i sublimi film degli anni '80, e i film di quest'epoca sciatta non sentissero il bisogno continuo di emularli.
L'acqua, le dita spezzate, molte inquadrature, gli ingrandimenti fotografici, le bancarelle del mercato che offrono analisi spettrografiche, le prostitute truccate, i balconi di appartamenti e intere scene, a un quarto d'ora per volta, sono tutti ripresi fedelmente da quell'altro film: per me non è una cosa bella, significa la resa della nostra generazione.
Siamo “come barche dirette verso un futuro che retrocede sempre, sempre risospinte indietro nel passato”: ma che rabbia.

Lo-Rez: arte, storia, web design
07 . 10 . 2017

I conigli giocano d'estate

Le dita gelate e i cappotti tirati giù dall'armadio farebbero pensare che ormai è ora di piantarla di parlare d'estate, ma, si sa, il tempo di FTR è elastico e malleabile così, dal punto di vista degli editoriali, tra una balla e quell'altra, quello che è accaduto mentre eravamo in ferie è ancora recente e fresco nelle nostre menti, meritevole di attenzione.

Come tutti i vecchi ossessivo-compulsivi, anch'io ho un account Steam su cui sono caricate dozzine di giochi che non ho mai (o quasi giocato) frutto di accattivamenti campagne Humble Bundle che me li hanno portati in casa senza che avessi ragionevolmente tempo e voglia di dedicarmici. Nel momento in cui giungono i molli giorni d'ozio delle vacanze estive, però, ecco che si aprono piccole finestre in cui riesco a dedicare una/due ore ad alcuni titoli, spesso assolutamente casuali. Visto che ormai vedermi giocare è un evento (dovreste vedere quanta polvere reca il 3DS) ho ben pensato di fare un editoriale per raccontarvi un po' tutto quello a cui ho dedicato il mio tempo.

Innanzitutto c'è The Flame in the Flood che appartiene a uno di questi generi moderni che vanno di questi tempi, ovvero i survival, quei giochi in cui l'importante è sopravvivere in un ambiente ostile. L'ho preso perché mi ha attratto il nome e una certa poetica nello stile grafico. Scendere il fiume sulle note di canzoni country è molto poetico. In realtà, visto la mia attitudine mordi-e-fuggi, questo tipo di giochi ha veramente molte difficoltà ad acchiapparmi veramente, perché purtroppo i primi tempi sono molto lenti e bisognerebbe lasciarsi andare all'esplorazione e alla scoperta con una rilassatezza che tutt'oggi non riesco più a trovare per i videogiochi. E' vero che non fare niente o fare le cose sbagliate, in questo genere, porta a morte certa, ma è anche vero che la morte è qualcosa che arriva col tempo, consumandoti e quindi se già non ti senti coinvolto, non riesci a sentire l'urgenza della sua minaccia e, di conseguenza, lo stimolo a giocare.

Molta più fortuna, invece, ha avuto con me Speedrunners, un platform atipico strutturato come una corsa a ostacoli, popolato di personaggi assurdi. Lo story mode non credo sia il core della sua esperienza, ma comunque l'ho finito, anche se solo al secondo livello di difficoltà. Ho anche approcciato il terzo livello di difficiltà, trovando una sfida stimolante, che mi ha fatto assai imprecare davanti al video, che è una cosa buona, a conti fatti. Questi giochi molto semplici, ma anche accattivanti per realizzazione, forse sono quelli che più facilmente possono fare breccia nel mio cuore, indubbiamente.

Infine, ho dato una chance a Bionic Commando. Ricordavo quando il gioco era uscito e non aveva avuto recensioni ottime, più che altro perché riportare in vita il personaggio dell'omino col braccio che si allunga dopo le glorie del suo passato di platform 2D appariva un'operazione abbastanza commerciale e ardita. In realtà trovo piuttosto straniante come la trama ovviamente basilare che sosteneva il gioco Capcom negli anni '90 sia stata rispettata e lasciata degenerare in una cupa distopia fatta di uomini meccanici traditi, sofferenza e regimi fascistoidi. Il protagonista di questo nuovo Bionic Commando è un personaggio profondamente ferito, vittima di mille eventi terribili, come non ti aspetteresti accada a un cubettoso mucchieto di pixel negli ottimisti anni dell'età dell'oro dei videogiochi. A parte questo il gameplay è carino, anche se ovviamente bisogna prenderci un po' la mano con la parte platform basata sul braccio e ci sono dei momenti in cui la fisica mi lascia un po' perplesso. Come FPS tout-court non mi è sembrato, nei primi livelli, di poter dire di aver avuto gran soddisfazioni, più che altro perché i nemici appaiono poco temibili e infestano alcune aree pre-determinate piuttosto che essere distribuiti su tutto lo scenario. Divertente face il tarzan, eh, come anche lanciare le casse a destra e a manca, ma manca molto l'idea di coinvolgimento nel combattimento, sembra tutto un po' troppo artefatto...

Come vedete, in perfetto stile FTR, i videogiochi toccati sono completamente casuali, sia per date che uscita sia per generi, come a voler confondere le acque rispetto la mia reale indole di videogiocatore (che poi è quella che mi ha spinto ad avviare Sins of Solar Empire e, nuovamente, Dawn of War II, eh, ma non posso stare qua a dirvi tutto). Proprio perché questo affresco è così bizzarro o deciso di dedicargli un editoriale, visto che ormai, vi sarà noto, ormai FTR non è più né un sito né un blog (due definizioni superate e fuori moda), è più una performance artistica in cui però non si balla nudi.

“What people want, mainly, is to be told by some plausible authority that what they are already doing is right. I don't know know of a quicker way to become unpopular than to disagree.”

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