Strip
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09 . 09 . 2017

Gordon Freeman, Ph.D

Uno dei miei propositi personali per questo crepuscolo estivo è guardare Shin Godzilla prima che la minaccia nucleare si trasferisca dal regno della fantasia alla dura Realtà. Non è troppo tardi, anche se già ora l'urlo delle sirene antiatomiche attraversa i cieli di Tokyo.
Ben altre sirene invece si odono tra i cubicoli e i corridoi dove lavorano i personaggi della nostra serie Jobs: oggi tocca a Gödel cadere in imbarazzo. Speriamo solo che Clara non lo venga a sapere.

Uno degli eventi più agrodolci dell'estate è stata la rivelazione della trama di un ipotetico Half-Life 2: Episodio 3. A pubblicarla, nientemeno che lo sceneggiatore dello stesso Half-Life, una fonte dunque quantomai autorevole.
Il problema è che questa sinossi è bellissima. Si tratta davvero di una storia che avrei voluto vivere pigiando tastini nei panni di Gordon Freeman, Ph.D. Certo nessuno ci assicura che ne sarebbe uscito un degno capolavoro, ma almeno sarebbe stato bello provarci. E invece ormai è evidente che il terzo episodio di Half-Life 2 non vedrà mai la luce.
Un angioletto, lassù, ha perso le ali.

Ma grazie lo stesso, Half-Life 2.
Tutta questa vicenda è molto edificante: ci insegna la caducità della vita, e che il destino di tutte le cose è nella polvere, e che sarebbe saggio cogliere l'attimo perché tutto cambia, e va bene così... Ma direi che su questo tema abbiamo già insistito a sufficienza su questa colonna.

In questo clima da guerra termonucleare globale, diventa quantomai rilevante il pensiero di Hideo Kojima, il creatore di... vabbé. Il suo ultimo articolo traccia una parabola ideale attraverso tutta la sua opera di game designer, da quando Konami gli chiese di fare un gioco di guerra a quando lui lo trasformò in un nascondino, e poi in una critica pacifista della corsa agli armamenti nucleari, e infine in una mattanza che annega nel sangue tutti i suoi protagonisti.
Ora che Konami lo ha licenziato e Kojima non può più fare Metal Gear Solid, è tempo di voltare pagina: il nostro profeta ha deciso che nel mondo ci sono già troppi conflitti, e il suo prossimo gioco eviterà la competizione (!), per concentrarsi viceversa sulla creazione di legami.
Non so ancora cosa voglia dire, cari fratelli, ma intendo scoprirlo.

Lo-Rez: arte, storia, web design
09 . 09 . 2017

Il sacco che sorride

Comincia ora un tour de force di editoriali dedicati a Twin Peaks, perché la serie li merita. Oggi ci occuperemo di quello che ha rappresentato la serie originale alla sua uscita, settimana prossima ci dedicheremo alla lunga disanima di The Return e infine penso che raccoglierò un po' di parole intorno a delle idee che mi sono venute, anche considerando la programmazione di Game of Thrones, che ha proceduto sostanzialmente parallela all'opera di Lynch. E' un progetto molto nerd e molto FTR quindi non ci vedo niente di male.
Quando avremo finito probabilmente avrete qualcosa di più easy, tipo un paio di receditoriali anime e forse addirittura qualcosa su dei videogiochi.

Torniamo quindi indietro nel 1990, un'epoca molto diversa da questa. Le serie TV, invece di essere idolatrate dalle folle erano meri riempitivi dei momenti di down della TV generalista, quando non erano covi per nerd disadattati. X-Files, probabilmente il game changer dell'epoca, sarebbe uscito solo tre anni dopo e il massimo degli eventi disponibili erano Teen Drama come Beverly Hills 90210.
David Lynch, a quei tempi, aveva già girato un paio dei suoi film più espressivi, Eraserhead e The Elephant Man e dopo quel pasticciaccio della vicenda di Dune aveva approcciato per la prima volta le atmosfere disturbanti del noir con Blue Velvet. Da questi titoli non era forse evidente l'estensione della sua visionarietà, ma lui, ovviamente, l'aveva già presente. La sua poetica riguardava calarsi il più profondamente possibile nella quotidianità e, allo stesso tempo, demolirla con strumenti puramenti cinematografici, visioni non necessariamente agganciate a una narrativa, immagini disturbanti capaci di lasciare il pubblico interdetto. Forse per questo trovò utile la possibilità di sfruttare il media serie TV, un media che rappresentava già allora una versione cristallizzata della vita dell'uomo comune, satura di stereotipi, schemi ricorrenti e banalità. A suo modo una serie TV era il luogo più adatto in cui mettere in scena l'ovvio, per poi farlo a pezzi.

Ed è abbastanza ovvia, nel suo avviarsi, Twin Peaks. Oggi possiamo rivedere nel suo schema di partenza l'avvio di migliaia di polizieschi. Già allora erano molte le serie che potevano costruire gli episodi su una struttura del genere: in un paesino di montagna un vecchietto che sta andando a pescare trova il cadavere di una ragazza. Lo sceriffo si trova a indagare sul crimine mentre si apre davanti a lui un ventaglio di personaggi tra cui evidentemente bisognerà scoprire l'assassino.
Lo sceriffo, si, avete capito bene, perché nella prima ora di serie Dale Cooper non appare e, più in generale, al di là dell'enorme lavoro di regia (la ragazza che corre è sicuramente una scena tra le più grandiose degli anni 90) tutto sembra aderire al più sfacciato concetto di normalità.

Poi, ovviamente, l'agente Cooper compare e subito la confort zone in cui sembrava averci messo Lynch comincia a sbiadire. Cooper è un personaggio sopra le righe, parla moltissimo, continua a spiazzare i suoi interlocutori con riferimenti all'esoterismo e alle scienze alternative. E' un agente dell'FBI, ma sembra più un santone new age e adora in modo quasi feticistico la comunità chiusa di Twin Peaks, i suoi piccoli riti, il suo reticolo di relazioni.

Dale Cooper è un po' sui generis, ma se ci pensate questo può essere solo un trucco per rendercelo più accattivante, il mondo intorno a lui non deve essere necessariamente assurdo alla stessa maniera. Lynch, ogni tanto, anche in queste prime battute dà un po' di corda ai suoi personaggi, che si comportano in modo bizzarro, ma è ancora tutto gestibile. Fino al momento in cui Cooper viene ferito da un proiettile e appare il Gigante.

Lynch ci sta vendendo un poliziesco? In molti, probabilmente, lo credevano. Per quanto la struttura di Twin Peaks potesse essere spiazzante il bisogno del pubblico di normalizzare tutto e portare tutto al proprio livello faceva si che tutti fossero convinti di trovarsi davanti a un poliziesco. E anche dopo il gigante continuarono a crederlo i più. Perché il soprannaturale di Lynch non si dichiara mai come tale, penetra nella narrazione senza mai essere eclatante, senza mai usare effetti speciali, senza mai affermare la sua distanza dalla realtà. Eppure riuscendo a porre dubbi che non possono essere sciolti.

Una volta entrati nel labirinto di Twin Peaks non se ne esce. Mentre tutti chiedevano a gran voce una soluzione, Lynch non faceva altro che accatastare enigmi. Anche la chiusura dell'omicidio di Laura Palmer lasciava, in realtà, una marea di sentieri sconnessi, che facevano intendere che il colpevole non era veramente colpevole o non lo era completamente.
Riguardo la fine della serie, la produzione ci mise del suo obbligando Twin Peaks a continuare anche dopo la fine del progetto originale e andando in rotta con Lynch, che lasciò la direzione. Nella zoppicante fase finale si possono trovare diversi interessanti spunti per la mitologia della serie, ma è evidente che tutto deragliò un po'.

Parlando di Italia, al di fuori della trasmissione, il telefilm divenne un fenomeno di costume notevole. Canale 5 martellò con una pubblicità incessante da molto prima della trasmissione e "Chi ha ucciso Laura Palmer?" divenne un tormentone nazional-popolare (non stupitevi se vi ironizzava sopra anche Avanzi, su RAITRE. Erano epoche in cui RAI e Fininvest si affrontavano più da galantuomini). Fece scandalo il Diario Segreto di Laura Palmer, rincorso da tutti i minorenni a cui era proibito, allegato a TV Sorrisi e Canzoni, dove la ragazza raccontava con dovizia di particolari piccanti le sue scabrose avventure amorose. In tutto il can-can che si sviluppò intorno alla serie è possibile vedere bene, come ho detto prima, la resistenza dell'immaginario comune all'opera di Lynch, il continuare a considera Twin Peaks un poliziesco anche mentre si estendeva per essere molto, molto di più. La gente lo guardava e diceva di voler scoprire l'assassino, mentre demoni e tende rosse, incuranti di tutto, prendevano il centro della scena.

Negli anni Twin Peaks si è conservato bene. Nella sua epoca era piuttosto un unicum e questo gli bastò per lasciare un segno nella storia. Di solito la gente si ricorda sempre di citarlo quando parla nella filmografia di Lynch, anche perché molti suoi prodotti successivi hanno reso evidente cosa stava cercando di fare. Il cosiddetto cliffhanger finale non credo fosse poi quella delusione che ha lasciato i fan con il fiato sospeso per 25 anni, era più che altro un finale tragico, aperto, ma che chiudeva sciaguratamente la parabola del suo protagonista.

Bene, questo tuffo nel 1990 è concluso, possiamo tornare a casa. Possiamo tornare a oggi. Oggi, 2017, in cui la terza stagione di Twin Peaks è su tutti gli schermi

“i'll see you again in 25 years”

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