Strip
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27 . 02 . 2016

Calci in faccia as a service

I tempi cambiano e dopo 15 anni che facciamo questo fumetto, tra i nostri amichevoli Ingegneri delle Tenebre è scoccata una scintilla di romanticismo...?!
Ma forse anche no.

Non c'è romanticismo invece in quello che è successo a Street Fighter V, del cui lancio ho parlato la settimana scorsa. Cioè, ho parlato del gioco in sé e non del lancio commerciale, che in questo caso è una distinzione di vitale importanza. Ma proprio vitale, eh!
Di fatto CAPCOM ha messo in vendita a 59.99 euro un gioco in versione embrionale, che ad esser generosi potremmo definire una prima anticipazione di quel che, forse, Street Fighter V diventerà da grande.
Ma forse anche no.
Perché uno ci può mettere tutto l'impegno nell'educazione dei figli, ma quel che diventeranno da grandi dipende un po' da tante cosette... magari neanche ci arrivano, a diventare grandi.
E dunque, come dire, pagare 59.99 euro per un neonato che piange tutto il giorno, che non sa fare niente, soltanto per la speranza che in un lontano futuro possa diventare una personcina per bene... ma che ti colga il fulmine, CAPCOM! e tu possa bruciare tra le fiamme della tua distruzione.

Come già ebbi a dire all'epoca dell'uscita di Diablo III, queste cose proprio non si fanno. No, no, e ancora no! Oggi come allora è giusto non dimenticare, ma serbare la scintilla dell'odio viva nel nostro piccolo cuore meschino!
Perché pubblicare un gioco incompleto, privo di tutto tranne che di una modalità multigiocatore che per giunta a volte non funziona neppure, è come rubare il natale ai bimbi. È come correre ad aprire i regali la mattina di natale e trovare l'albero in fiamme, e i piccoli aiutanti di babbo natale che ci urinano sopra.

Poi avete un bel da dire che Street Fighter V è sempre stato concepito non come un gioco che compri in una scatola ma come un Servizio, come una cosa viva che si aggiornerà continuamente per tanti anni a venire... Lo so anch'io che sarà così, e apprezzo anch'io il fatto che le basi del gameplay ci sono e sono solide come la roccia.
Ma non va bene lo stesso, cani di CAPCOM! Avevate fretta di pubblicare il gioco per tirar su i soldi e cominciare a fare i tornei in giro per il mondo. Chi compra oggi il vostro gioco compra un biglietto per uno spettacolo che inizierà davvero solo chissà quando, tra un annetto o anche più.
Viviamo nell'epoca del qualsiasi cosa as a service: non è un posto per vecchi come noi.

Lo-Rez: arte, storia, web design
27 . 02 . 2016

Democrazia digitale

Fortunatamente questa settimana la pancia del paese è stata scossa da qualcosa di più rilevante di "petaloso" ovvero l'aggiornamento di Facebook che ha portato ad avere diverse possibilità di risposta ai post, le cosiddette reaction.
Lo so, può sembrare anche questo un argomento un po' del ciufolo, considerando quanto noi di FTR siamo barbogi e seriosi, ma se ci pensate sotto questa piccola cosa ci sono dei ragionamenti di interfaccia e di vita web notevoli, che non è proprio il caso di ignorare.
Personalmente ho sempre trovato il concetto di "like" geniale, quantomeno per quello che riguarda il suo uso presso le masse. Come ingegnere ho sempre sofferto il fatto di avere un'interazione così netta e priva di sfumature, ma l'efficacia dello strumento per gli user di medio-basso livello è indubbia: quando una cosa ti colpisce, in qualsiasi modo e vuoi semplicemente far notare questo, senza spiegarti e soprattutto senza scrivere, basta un click e hai fatto. E' compulsivo, è istintivo, risponde a quella stessa pancia che è il vero strumento con cui interagiamo sui social network.
Il like è uno strumento potente che ha fatto sentire per anni importanti persone che non avevano la forza, il coraggio o la voglia di scrivere qualcosa. Dava un senso di partecipazione senza barriere architettoniche e poi, essendo un dato semplicissimo da rilevare, dava una classifica distorta, ma comunque concreta dei contenuti, era un termometro perennemente piazzato sotto l'ascella dello Zeitgeist (e allo Zeitgeist, diciamocelo, gli è andata bene...).
E' evidente da questo mio discorso che, di contro, questa cosa delle reaction mi lascia un poco perplesso. A parte la grafica orribile e la visualizzazione anti-intuitiva dei risultati è proprio il modo in cui questa cosa si pone verso gli utenti che secondo me è inquietante e controproducente per un ambiente come Facebook. Le reaction ti dicono l'unica cosa che, in un social network, può spaventare le persone: "scegli".
Considerare uno use case in cui l'utente si avvicini a Facebook con spirito critico e analitico e osservi con questi ciò che passa sulla sua bacheca è pura utopia. L'utente Facebook scorre la sua pagina tenendo le sue capacità mentali al minimo. Perché è al lavoro, perché ci sono troppe cose, perché altrimenti la maggior parte delle cose che vede lo disturberebbe o anche semplicemente perché il cervello è probabilmente più utile altrove. Ogni tanto, dal fondo delle nebbie del suo pensiero, sente un moto d'animo che gli fa credere che quello che ha davanti è meritevole di attenzione. Allora, senza aumentare di niente le risorse usate per la navigazione, una volta cliccava like. Oggi clicca e il sito gli dice "scegli".
Quale faccina usare non è una scelta banale. Nessuna scelta è banale se ci viene richiesto di farla e se noi ci teniamo a farla. Persino scegliere la corsia dell'autostrada quando tutte le corsie sono occupate uguali è qualcosa che, per un momento, ci lascia perplessi. Qui è lo stesso, vedi el reaction e nessuna esprime quello che pensi. Nemmeno il like lo faceva, lo abbiamo detto, ma il like non era una scelta. Qui invece ti trovi a scegliere e quindi, spesso, a sbagliare. E' un domino di interazioni cognitive che potrebbe sembrarvi sbagliato tirare in ballo parlando di Facebook, ma che in realtà sono sempre presenti e sono il nocciolo intorno cui andrebbero costruite le interfacce. Come l'asino di Buridano potresti trovarti davanti due possibilità equidistanti e entrambi efficaci e essere impossibilitato ad andare da una parte o dall'altra. Potresti scegliere a caso, vero, ma piuttosto che scegliere a caso qualcosa che poi è un'interazione col prossimo, potresti decidere di non scegliere, che è esattamente quello che però Facebook non vuole.
Probabilmente ci salveremo con la tradizione. Il like esiste ancora tra le varie opzioni e la gente continuerà a considerarlo un buon default per continuare ad apparire ottusa e rimanere sotto traccia, senza prendersi grosse responsabilità su quello che vede. Ciò non arresterà i click, ma lascerà il resto delle reaction indietro. Da un punto di vista sociologico è comunque un fenomeno che vale la pena osservare.

“We go out for one lousy drink, and you guys somehow manage to pick a fight with Boba Fett”

Cymon: testi, storia, site admin
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