Strip
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01 . 11 . 2014

Il procione razzo

In questo editoriale vergato a penna d'oca in fretta e furia, con la mano che trema, prima che i morti risalgano dalle loro tombe per scatenare la loro terribile vendetta sui vivi, accompagnati dall'ululato di mannari assortiti e dallo sbattere di ali di pipistrelli vampiri contro i vetri, in questo editoriale di Ognissanti insomma, mi pare opportuno ricordare I Guardiani della Galassia.

Intendo il film, non tanto i Guardiani in sé, che pure in accordo con la cronologia ufficiale stanno scorrazzando proprio in questo momento per galassie lontane lontane. Credo sia doveroso riportare questo film su FTR, perché da oltre una dozzina d'anni ormai su queste pagine ci siamo assunti la responsabilità di tenere il polso della cultura popolare più sfigata.
Taluni individui hanno osato paragonare il film a un Guerre Stellari per questa generazione: da parte mia apprezzo lo spirito ma dubito che tra trent'anni la gente vorrà comprare gli scendiletto di Groot e Rocket Raccoon.
Guerre Stellari ha creato da zero la sua mitologia, questo film invece è costruito sulla nostalgia per le mitologie passate, per le canzoni di una volta. In questo senso è davvero un prodotto della nostra epoca, che sembra incapace di creare qualcosa di nuovo. Ad ogni modo, una volta accettato che I Guardiani della Galassia non è Guerre Stellari, possiamo metterci il cuore in pace e apprezzare senza ritegno questo filmetto esilarante strapieno di mostri.
La direzione artistica, se posso usare questo termine senza risultare troppo irritante, è davvero favolosa, e confesso di preferire mille volte queste galassie in technicolor alla freddezza scientifica di 2001 o Interstellar. Era da tanto che non mi ritrovavo ad approvare senza riserve un film di fantascienza. Avrei voluto tantissimo amare Pacific Rim ma non ci sono riuscito del tutto; questo invece si merita tanti cuoricini quanti ne consente la graduatoria.

Lo-Rez: arte, storia, web design
01 . 11 . 2014

Game of trolls

Mi sono salvato questo articolo sul Gamergate. Ormai è un po' vecchiotto, ma settimana scorsa ho voluto dare spazio al Gamesweek e comunque non mi andava di lasciarlo passare sotto silenzio. Non mi andava farlo perché, a suo modo, Gamergate sembra esattamente uno di quegli argomenti di cui piace discettare a me, una di quelle situazioni in cui la sociologia si compenetra con i videogiochi e ci rivela uno spaccato umano.
Però ho scritto sembra e andrò a spiegarvi a breve perché.

Gamergate, difficile capire come sia iniziata. Da una parte una ragazza che si sente ostracizzata in maniera becera e ignorante da un mondo dei videogiocatori tutt'oggi maschilista. Dall'altra parte torme di bambocci che inneggiano al gomblotto per spiegare le meccaniche del giornalismo videoludico. L'articolo che ho linkato espone in maniera molto coerente i fatti accaduti e la loro escalation. Entrambi i temi toccati, ovvero maschilismo e giornalismo, sono stati più volte trattati da me in questa sede con posizioni non esattamente accomodanti. In realtà sulla prima questione sono intervenuto più di rado, sul secondo invece ho scritto molto inchiostro. Eppure, tutto questo bailamme di accuse e veleni non ha minimamente acceso la mia fantasia, in nessuna delle sue fasi e sostanzialmente è su questo che volevo spendere due righe, perché questo secondo me è un interessante spunto di discussione.

Innanzitutto la connessione è piuttosto grottesca. Il punto di partenza è uno squallido mercanteggio di sesso, il punto di arrivo è il NWO. Intendiamoci, se scoprissi che un giornalista videoludico effettivamente fosse pronto a spingere un gioco in cambio di un certo tipo di prestazioni, non è che griderei allo scandalo o accatasterei legna per il rogo. Una roba del genere non mette in discussione il sistema giornalismo, non espone peccati innominabili, è un problema che va localizzato sulla persona, sulla sua professionalità, sulla sua serietà. Allo stesso modo l'idea di una setta massonica di giornalisti videoludici che si mettono d'accordo nottetempo sui voti è ridicola e patetica, buona solo per un'avventura grafica come se ne facevano una volta. Il giornalismo videoludico ha varie e profonde patologie, non c'è bisogno di arzigogolarci sopra. E' ormai moda comune del nostro tempo giustificare questioni complesse, ma esposte alla luce del sole, con contorte favole sotterranee, una moda che mi lascia una profonda inquietudine dentro.

Se non bastasse il desolante quadro definito dalla vicenda, dovremmo cominciare a guardare con un po' meno apprensione a mondi ormai senza controllo come reddit e twitter. La popolazione che affolla i sistemi informatici è oggi talmente vasta e talmente nel caos che guidare crociate in nome dei più ridicoli fantocci è ormai di una facilità disarmante. Le masse, riunite e abilmente raggirate, compiono azioni terribili dalla notte dei tempi. E mai come oggi abbiamo strumenti per riunire vaste terribilmente vaste e raggirarle con formidabile efficacia. Certo, quando i tecnoevangelisti ci raccontava dell'interne e della democrazia globale digitale ci dicevano tutt'altra roba, ma sinceramente in quelle cose non ho mai creduto. Folla. Impunita. Umorale e Amorale. Quando parliamo di internet dovremmo parlare di questo.

In conclusione Gamergate è, in realtà, il tramonto della sociologia applicata alla rete, è la dimostrazione che ormai possiamo montare qualunque ridicola fantonia e vederla dare frutto. E' l'ennesimo fatto che sottolinea la necessità di creare, nell'internet democratico e assoluto, degli spazi ristretti, elitari, coerenti, dove la gente possa prendersi maggiormente responsabilità di quello che fa. Come? Milioni di soluzioni possibili. Ma purtroppo nessuno si sta muovendo in questa direzione...

“No one knows what it's like / To feel these feelings / Like I do / And I blame you!”

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