Strip
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11 . 10 . 2014

Il ritorno

Gli ultimi editoriali sono trascorsi come in un sogno: in quelle settimane il loro autore è trasmigrato su un altro pianeta, attratto telepaticamente da stelle lontane. La gravità ridotta di quelle terre aliene lo ha dotato di una forza smisurata rispetto a quella dei gracili esserini che le abitano, e il nostro eroe ha vissuto avventure epiche che qui non sarebbero mai state possibili.

Archiviato il viaggio in Nippolandia, devo riprendere ora qualche notiziola recente che per forza di cose non ha ancora trovato spazio su queste colonne.
Cose da nulla, tipo una nuova presentazione di Final Fantasy XV.
Tanto per dare un contesto, credo di aver consumato con lo sguardo ogni singolo pixel riguardante questo gioco sin da quando si chiamava Final Fantasy Versus XIII, nel 2006, e da allora non è passato giorno senza che pensassi ad esso. La mia fedeltà a questo titolo è tale che dovrebbero fare una statua anche a me, magari a fianco di quella del cane Hachiko a Shibuya, Tokyo.
Ho quindi accolto con una certa preoccupazione la notizia che Tetsuya Nomura ha lasciato il posto di direttore a un altro tizio, Hajime Tabata... poi però mi sono reso conto che probabilmente questa è un'ottima cosa. L'opinione pubblica si è scandalizzata per certe sue affermazioni sul semplificare il sistema di combattimento eccetera, ma pare che ci siano state delle inesattezze di traduzione delle sue parole, dato che i giapponesi stessi invece sembrano aver preso molto bene la presentazione del gioco al Tokyo Game Show.

Presentazione che peraltro non c'è stata, al Tokyo Game Show, e anzi SquareEnix è stata molto attenta a rimuovere ogni minima traccia del gioco dai suoi materiali promozionali e dallo stand. Quando il giornalismo del nostro settore parla di “Presentazione al Tokyo Game Show”, bisogna capire, di solito intende un'intervista a porte chiuse in uno spazio privato per i giornalisti, nei due giorni della fiera chiusi al pubblico.
Non che ci avremmo comunque capito qualcosa, se il buon Tabata avesse parlato direttamente in pubblico.
Ad ogni modo godiamoci il nuovo video, non pensiamo troppo al fatto che gli unici personaggi del party siano maschi (e molto bro) e che comunque se ne potrà controllare uno solo, e coltiviamo la speranza che almeno i nostri bisnipoti un giorno vedranno questo gioco concluso.

Zitta zitta, SquareEnix ha anche pubblicato Final Fantasy XIII per PC. A 12 euro.
Davvero il mondo si è fatto strano, mi sembra di non riconoscerlo più.

Lo-Rez: arte, storia, web design
11 . 10 . 2014

La dimensione delle leggende

Quando devo fare l'editoriale di FTR e non so cosa scrivere, capita che prendo a vagare per i siti di videogiochi. Purtroppo, in quest'epoca buia, non è che faccio molto cliccare sui siti di tal genere, quindi a volte mi metto a scartabellare tra le cose del viggimondo appositamente per questa pagina. Potete vederla come una pratica ruffiana, come un atteggiamento. Io sono contento che FTR tenga viva in me la passione dell'intrattenimento digitale, almeno quanto il mio amore per l'intrattenimento digitale ha dato energia a FTR. Il fatto che non riesca a scinderli è una cosa positiva, anche se bizzarra.

Mentre guardavo il trailer di Hyper Light Drifter sono stato colpito da una di quelle cose stupide che probabilmente colpiscono solo me: il logo degli sviluppatori all'inizio. Che è un logo banale, a ben guardare, un logo qualsiasi, ma che mi ha trascinato in un flashback abbastanza curioso da meritare una condivisione.
Tanti anni fa vedevamo apparire i loghi delle software house con un brivido. Ai tempi non c'erano vere e proprie grandi etichette con dei "team", una volta chi faceva il gioco aveva messo sul tavolo anche una buona fetta di sedere per assicurarsi di distribuirlo e venderlo. Quando apparivano i loghi più importanti, spesso, li collegavamo a una qualche città, a dei volti, a volte addirittura a delle manie o a degli aneddoti sui personaggi coinvolti. Tutto senza internet, eh, tutto senza social. Non avevamo il blog dello sviluppatore, non lo seguivamo su twitter, non avevamo i suoi instagram delle ferie, ma comunque, da riviste cartacee fitte di piccole parole, spremevamo una vera e propria commedia globale in cui quei simboli erano personaggi che si parlavano, si incrociavano, si dividevano, salivano alla ribalta.
Oggi, come dicevo, abbiamo principalmente i "team" e anche loro si portano dietro le loro storie, i loro aneddoti, le loro facce, ma da una parte si portano dietro tante di quelle informazioni, da questo punto di vista, che è difficile dare risalto a quelle più curiose. Quando Jon Hare si ubriacava si ubriacava, tu ottenevi notizie della sua sbronza al posto di informazioni sul work in progress di Cannon Fodder, non ci potevi fare niente. Oggi, se uno dei ragazzi di Bungie viene ritrovato nudo in bicicletta su un campo da golf, comunque puoi scegliere di ignorare questo fatto e tornare a vedere come sarà il prossimo evento di Destiny. Oltre a ciò, comunque, è gente molto più aziendalista, che manca dell'atmosfera del garage, che non è più "tra di noi" qualunque cosa voglia dire e sapete quanto questo danneggi l'epica.
Il circo mediatico in forma di telenovela, però, nel mondo degli indie, dei kickstarter, dei greenlight, potrebbe tornare ad avere senso. Puoi sentire le persone come i ragazzi di Heart Machine vicine a te, puoi imparare molto più su di loro, la luminosità dei loro prodotti non è così accecante da metterli in ombra.
Quello che manca è, da una parte, una certa continuità. Purtroppo la maggior parte di queste piccole realtà creano un titolo che riesce a richiamare l'attenzione e poi ci campano sopra per molto tempo. Magari, quando poi cominciano a lavorare a un secondo progetto, li senti ancora nominare in riferimento al primo, ma poi quel progetto non ha un successo clamoroso oppure semplicemente non arriva a buon fine.
Oltre a ciò, e questo sarebbe un progetto interessante, sarebbe bello se esistesse un giornalisto che parla unicamente della scena indie e quindi si trova anche a raccontarne le dinamiche più piccole. Si, ok, tutte le testate di primo piano danno risalto ai progetti delle piccole più interessanti, ma comunque devono affogarli in dozzine di notizie relative ad altro, un altro sempre più chiassoso, che li mette in un angolo. Se invece potessimo avere qualcuno che racconti solo la storia di chi è piccolo, ne scopra i rapporti, ne sveli i retroscena, questo potrebbe essere qualcosa che varrebbe la pena leggere.
Perché farlo? Perché, come dico sempre io, il mondo dei videogiochi è anche (soprattutto) una grande epica storia di gente che si diverte, è un racconto inframezzato di software. E oggi ha bisogno di personaggi più veri.

“I fell into a burning ring of fire / I went down, down, down and the flames went higher / And it burns, burns, burns, the ring of fire / The ring of fire”

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