Strip
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19 . 10 . 2013

La buona educazione

I Veri Programmatori, su queste pagine altrimenti noti come Ingegneri delle Tenebre™, non leggono le email: hanno sviluppato personalmente una catena di strumenti da riga di comando per la loro elaborazione automatizzata. “Leggere” è una tecnica di estrazione dell'informazione troppo inefficiente... se davvero leggessimo la posta che ci arriva, dove troveremmo il tempo da sprecare saltellando da un sito inutile all'altro?
In questa strip sono ancora scintille tra Clara, l'adorabile PR, e Gödel, il freddo ingegnere. Ma quale fuoco andranno ad accendere, è tuttora un mistero sia per noi che per loro.

Arriva un momento nella vita in cui ci accorgiamo che è sempre più difficile sorprenderci. L'innocenza della giovinezza ormai è alle spalle, sostituita dalla saggezza degli anni (?). Entusiasmarci per un videogioco diventa quasi impossibile, anche per noi videogiocatori pensionati: passiamo davanti ai Gamestop con le code di ragazzini per il nuovo Pokémon, o le gigantografie dei delinquenti di GTA V, e neppure ci fermiamo. Magari abbozziamo un sorriso come i protagonisti di una canzone nostalgica degli 883, pensando a quando in quella coda ci saremmo stati anche noi, ma quel tempo ormai è passato, mi sa per sempre.
Sembra che niente in questa industria abbia la forza di sorprenderci ancora, ma non si può dire che l'industria non ce la metta tutta per provarci. Potrei dedicare il resto di questo editoriale a sbeffeggiare con osservazioni maligne quel colossale fallimento che è Beyond: Two Souls, ma la vita è troppo breve per soffermarsi sulle cose brutte, anche solo per distruggerle. Basti quindi rilevare che i recensori pagati per giocarlo non riescono ad arrivare alla fine, tanto è indigesto questo abominevole mischione: è un gioco che riesce ad essere irritante sia quando ti chiede di premere dei tasti, sia quando non te lo chiede. Non sarei così duro se non fosse per l'intollerabile arroganza dei suoi autori, che non contenti dopo un paio di porcate simili ci hanno riproposto il solito giochetto annunciandolo con le dichiarazioni più altisonanti che abbia mai sentito da quando seguo l'industria del divertimento elettronico. Basta, per favore, non riprovateci più.

Il gioco che si avvicina di più ad esaltarmi, invece, è Bravely Default. Un giochino umile, per una console piccina come il Nintendo 3DS, ma fatto con tanto amore e con tutte le cosine che piacciono a noi. I nipponici l'hanno avuto oramai un anno fa, ma l'attesa per la traduzione occidentale è stata ripagata da una versione del gioco che includerà numerose rifiniture e contenuti aggiuntivi. Ormai è una tradizione, una bella tradizione che risale a quando SquareEnix (lo stesso editore di questo titolo) faceva le versioni “International” dei vari Final Fantasy, strapiene di miglioramenti rispetto agli originali nipponici.
Bravely Default è l'esempio di un videogioco educato, che si fa ben volere per i suoi meriti e per il suo atteggiamento. Il mondo lo ignorerà.

Lo-Rez: arte, storia, web design
19 . 10 . 2013

Il muro

L'anime/manga che segnerà questa stagione sarà indubbiamente L'attacco dei giganti. A parte gli innumerevoli meme che lo sfruttano è evidente che lo zeitgeist lo ha eletto come "quella cosa di cui parlare quando si parla di cartoni giapponesi moderni 2013".
La trama è la versione rimbambita di Pacific Rim. Per motivi misteriosi l'umanità è perseguitata da enormi giganti che desiderano ingoiarli per pura cattiveria (mica fame). Tali giganti si rigenerano come wolverine, sono caldi come la torcia umana e puzzano anche un po', il loro punto debole è il coppino che bisogna fargli a fette a suon di spadate. Gli umani potrebbero costruire robottoni giganti e prenderli a sberle con dei container, ma poiché sono sfigati passano direttamente all'idea del muro, anzi, mica un muro solo: ben tre cerchie di mura sacre costruite chissà da chi e chissà come, ma sicuramente senza il minimo concetto di compartimenti stagni (basta un buchino per far fuori un terzo dell'area protetta). Ovviamente, per amor di trama, queste mura funzionano così così e allora giù di massacri.
I protagonisti della storia si armano di arpioni degni dell'uomo ragno e svulazzano intorno ai colossi, principalmente morendo, morendo male, morendo di brutto e, in alcuni casi fortuiti, mettendo a segno qualche colpo letale (solitamente contro i giganti più piccoli e inutili).
Eren, in particolare, è proprio un principe del fallimento ma... non sto a spoilerare perché posso andar avanti da qui nell'analisi anche risparmiandomelo.
Shingeki no kyojin è, sotto certi aspetti, un ottimo anime. C'è una grande grafica per definizione e pulizia a cui si unisce una resa dei titani a dir poco disturbante. C'è una grande regia nelle scene d'azione. C'è una musica di sottofondo e nelle sigle che fa grandemente il suo. Anche il trabiccolo per lo spostamento tridimensionale è un'assurdata di quelle giocate bene, perché allo stesso tempo dona grande dinamismo ai combattimenti, ma anche un suo fondamento molt meccanico, al limite dello steampunk. La trama butta sul fuoco parecchi elementi standard (complotti, tradimenti, fondamentalismo religioso, guerra eterna e natura umana), ma considerando che la trama è, come d'abitudine, tronca, non se ne può parlar male né bene.
Avrete però letto bene, ho iniziato il paragrafo con la subdola locuzione "sotto certi aspetti", quel barbatrucco con cui incenso opere amate dal pubblico worldwide, ma che personalmente mi hanno lasciato perplesso. Cos'ha che non va, dunque?
Bhe, nell'epoca in cui tutte le serie TV vengono prodotte su 13 episodi indipendentemente da quanti ne siano realmente necessari a sviluppare la trama, L'Attacco dei giganti, purtroppo ne ha a disposizione 25 e ne abusa mortalmente fino a rovinarsi tutto il bene che poteva rappresentare. Perché è un anime lento, mortalmente lento. O meglio, quando c'è azione l'azione è bella tamarra, ma i personaggi, prima di agire, esitano come dei caimani per interi episodi e quando hanno finito di esitare fanno partire futili flashback che permettono di allungare l'attesa. Inutile poi sottolineare che il protagonista, in tutti questi tempi morti, frigna nella miglior tradizione, assieme al suo amico biondino intelligente e attentamente sorvegliato dalla silente Homurayanami Mikasa, un ninja mortale da pelare gli zebedei a Sasuke. Insomma, potremo anche essere abituati all'allungamento dei tempi, all'esasperazione del colpo di scena, al climax dai gradini alti e lunghi, ma la cosa, in questo caso, è esasperata in modo tanto arrogante fino a rendere la visione dell'opera irritante e poco gratificante.
Shingeki no kyojin è, a conti fatti, un buon prodotto. Se fosse stato progettato sui 13 episodi invece dei venticinque avrebbe probabilmente detto altrettanto, ma meglio, e sarebbe stato un capolavoro. Riscritto con certi presupposti avrebbe potuto rappresentare una specie di Gundam di carne e sangue. Ma così com'è lascia la brutta sensazione che di doverti portare qualcosa da leggere per i tempi morti, mentre lo guardi, e questo non può certo essere un bene.

Ullalà, siamo arrivati alla chiusura, per essere un receditoriale stavolta direi proprio che ce la siamo cavati con poco. Mi dovete un favore.

“Orsù, che abbiamo adunque a fare? - Orazione: questa è la nostra spada, con questa ci abbiamo a difendere sempre. - Frate, tu ci hai oggimai stracco con tante orazioni: tuttodì orazioni e digiuni, e digiuni e orazioni: non possiamo oramai più; siamo la favola d'Italia. Dicono li nostri vicini: - Fassi più quaresime a Firenze? - Ognuno ci perseguita con tante quaresime, dice: - Firenze è fatta frate; quel popolo è diventato frate -. Non possiamo più d'essere tanto sbeffati per queste quaresime e orazioni.”

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